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martedì 21 giugno 2022

Doon Hill - Un Portale sul Mondo delle Fate



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Alle porte del Solstizio d’Estate, è impossibile non parlare del paranormale: essendo il sole al suo picco, durante il suo lungo tragitto nel cielo, anche la magia raggiunge la sua piena potenza sotto i suoi dorati raggi. In tutta Europa vi sono leggende legate al solstizio e di come le leggi naturali fossero rovesciate in questo particolare giorno.

Come spesso succede in occasione di questi particolari eventi astronomici, il velo tra i mondi si fa più sottile e così la comunicazione col soprannaturale viene favorita.

Non solo vi sono periodi dell’anno particolarmente indicati, ma anche luoghi di potere dove altre dimensioni sono più accessibili. Uno di questi è Doon Hill, un piccolo angolo di pace e vegetazione lussureggiante ai piedi delle Highlands Scozzesi. Per quanto piccolo e probabilmente conosciuto solo dai più avvezzi appassionati di folklore britannico, è teatro di una storia realmente affascinante riguardante il piccolo popolo.

Si da il caso sia il luogo dove riposano i resti del Reverendo Robert Kirk, autore de “Il Regno Segreto” e la cui sorte è ancora un mistero avvolto nelle nebbie di questa magica terra.

Kirk fu il cappellano di Aberfoyle, dove rimase fino alla morte: ottenne un discreto successo come autore della prima completa traduzione in Gaelico della Bibbia, ma la sua vera fama la raggiunse postmortem grazie al libro The Secret Commonwealth (Il Regno Segreto) - una raccolta di folklore e leggende scritte tra il 1691-1692, ma pubblicate solamente nel 1815.

Kirk, nonostante la sua fede cristiana, era detentore di quello che viene chiamato “seconda vista” - che può sembrare un ossimoro, abituati come siamo alla concezione odierna del cristianesimo. Ma dobbiamo ricordarci che tante usanze cristiane sono imbevute di paganesimo e viceversa, intrecciandosi nel corso di secoli - soprattutto quando si parla di luoghi rurali, imbevuti di usanze precristiane.  Non era raro quindi sentir parlare di “seconda vista” nelle Highlands scozzesi, era quasi ordinaria amministrazione e status di prestigio.

Girovagando per la campagna locale, raccogliendo testimonianze di incontri col piccolo popolo, era solito frequentare la vicina Doon Hill - una collina immersa nel fogliame, non molto distante dalla sua diocesi. Lì diceva di incontrare spesso creature eteree “di consistenza simile a nuvole, meglio visibili al tramonto”,  - le quali gli illustrarono usi e costumi del loro popolo. Vestivano e parlavano come umani, danzavano, festeggiavano, cantavano ma con sostanziali differenze: per esempio, si nutrivano della linfa vitale e riuscivano a passare attraverso pertugi piccolissimi e spaccature nei muri. Le loro abitazioni, dove vivevano in una società con una gerarchia ben definita, si trovavano sotto terra e spesso visitavano questa dimensione durante le notti di Samhain e Beltane - quando il velo tra i mondi era più sottile. Vi erano delle diversità anche in quella che possiamo chiamare “morale”: le fate non erano né buone né cattive, talvolta si rendevano utili al prossimo elargendo consigli su come aggiustare utensili o avvertendo di pericoli imminenti, talvolta invece rapivano giovani madri per allattare i loro figli, seducevano umani e/o rubandone gli infanti - si pensino ai famosi changelings per esempio. 

Non avevano niente a che vedere con la versione edulcorata che ci immaginiamo al giorno d’oggi: secondo le leggende, sono esseri sottili e lucenti - simili agli Elfi descritti da Tolkien, che trovano radici nella mitologia norrena. 

I popoli scandinavi e gli Anglo Sassoni le chiamavano infatti alfar (elfi). In Irlanda erano noti come sidhe, mentre in Scozia come sith - intesi come abitanti dei sithean, cumuli di terra considerati portali sull’altro mondo, mentre in Galles venivano chiamate ellyllon (esseri lucenti). La connotazione odierna delle fate deriva dal francese fée e poi inglesizzato in fairy.

Coloro che le incontravano, durante le loro celebrazioni crepuscolari, venivano travolti da una voglia irrefrenabile di danzare e seguire il corteo - finendo spesse volte nel loro mondo ed essendo poi incapacitati di tornare. Solo i più puri di cuore e più dotati nelle arti, riuscivano a ricevere doni e tornare in questa dimensione.

Ritornando al nostro Robert Kirk, un giorno fu misteriosamente ritrovato morto in cima alla collina. La ragione della sua morte è ancora adesso un mistero…potrebbe essere stato un malore, magari incappò nell’ira del popolo fatato per aver svelato i loro segreti, alcuni dicono che il corpo fosse semplicemente un simulacro ed il vero Robert Kirk venne trasportato nel regno delle fate.

Qualsiasi sia la verita, il suo corpo (vero o meno) è sepolto al cimitero di Aberfoyle, mentre Doon Hill è visitabile attraverso un pacifico e rilassante sentiero - costeggiato da alberi coperti di nastri, preghiere, fiori ed offerte. Memoria pulsante di un folklore che fu e che vive ancora nel cuore di coloro che visitano la collina, forse sperando di poter incontrare qualche essere sovrannaturale.

Qualsiasi cosa facciate per il solstizio, state attenti. 

Il velo si fa sottile, e con esso le visite su questo piano più frequenti.


♃Ludna




domenica 6 marzo 2022

Di Spiritualità ed Ego

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Era una soleggiata giornata ai primi di Febbraio, quando le ore di luce cominciavano ad aumentare ed i raggi dorati a riscaldare un po più tenacemente, che mi trovai a contemplare di scrivere questo articolo: osservavo il mondo scorrere al di fuori dalla finestra, in uno stato alterato di coscienza ed in compagnia della persona che amo. I gabbiani volavano alto nel cielo, giocando tra le correnti d’aria, mentre nuvole distanti correvano e creavano giochi di luce sulle verdi colline inglesi… oramai sembra una realtà lontana, nonostante la primavera stia bussando alle porte con una promessa di speranza; una speranza vana che difficilmente si riesce a percepire quando venti di guerra soffiano forti ad Est.

Ma anche grazie a quest'ultima, grande minaccia che proietta ombra sul mondo occidentale, mi ritrovo di nuovo a pensare la stessa cosa, la stessa ispirazione che mi spinse a concepire quest articolo in primo luogo - sebbene in una chiave di lettura diversa da come originariamente concepita.

**Clicca qui per consigli utili sul self-care per praticanti. 

In questi giorni vidi un sacco di persone sui social media scatenare odio, frustrazione e disinformazione - forse prodotti di una realtà fumosa di terrore e propaganda, che spaventa e quindi direttamente proporzionale alla paura e all’impotenza di fronte ad una situazione più grande di noi. E via subito a condividere le notizie che fanno piu scalpore, sensazionalismo, la vera e propria pornografia del dolore; ma un dubbio sorge spontaneo: nonostante la prima, instintiva voglia di aiutare il prossimo, quanto è una scelta egoica quella di fare cosi tanto rumore? Dello spiegare perché si condivide materiale utile o sennò, giustificare il perché non lo si fa? Per far vedere che si è dalla parte giusta della storia, per poter dire a chi scruta con occhio vigile “io ho fatto la mia parte” ed evitare la ghigliottina virtuale della cancel culture? 

È nella natura dell’essere umano cercare l’approvazione altrui, in qualsiasi ambito sociale, economico e politico. Fa proprio parte dei nostri bisogni più basilari e reconditi, essendo animali sociali che contano sul concetto di comunità per la nostra sopravvivenza, è così da millenni e lo è ancora adesso, nonostante ci piaccia pensare di essere creature evolute che potranno a breve conquistare i confini del Sistema Solare ed oltre. 

Da quando nasciamo a quando moriamo, in tutti gli aspetti della nostra vita,  cerchiamo l’approvazione e l’amore dei nostri compagni… ebbene sì, anche in caso di una guerra: dal capo di stato che la scatena, facciata emblematica di chissà quale reale interesse, al generale di un esercito, in cerca di avanzamento di carriera, al cittadino singolo che assiste impotente da un altro paese e divulga via social media.


Quel che lascia da pensare, è quando “errori” di questo tipo lo fanno persone che si definiscono spirituali, avvezze alle discipline occulte. Non dovremmo forse noi per primi conoscere le profondità del microcosmo, i labirinti della nostra psiche, prima di poter guarire il macrocosmo e cercare di influenzare l’Universo in maniera positiva?

Eppure, in questo mare di praticanti vecchi e nuovi, operatori olistici, guaritori e santoni, purtroppo l’essenziale lavoro dello Shadow Work passa in secondo piano (lo approfondiremo presto non temete). 

Se non possiamo guarire noi stessi e non sappiamo i limiti della nostra conoscenza, come possiamo pretendere di infonderla in altri?

L’Ego fa parte di noi, non è un aspetto del nostro essere che possiamo eliminare.

È una difesa naturale, che ci permette di ragionare ed agire quando l’irrazionale la fa da padrone… A discapito del subconscio, quella parte di noi che invece ci permette di captare le vibrazioni nella sottile ragnatela del cosmo. 

Ne abbiamo già parlato in un altro articolo, che vi invito fortemente a leggere, nell’era dei social media è molto semplice ottenere consensi e popolarità in tempi brevissimi. Ed anche informazioni spicce, alla mercé di qualunque lettore.

**Clicca qui per leggere come le communities stanno cambiando.

E negli ultimi anni ho (e credo di poter parlare anche a nome di altri praticanti un po più attempati - come la sottoscritta) notato la spasmodica ricerca del culto più di nicchia, più alternativo e la necessità di divulgarlo in blog che nascono come funghi all’ombra di una suddetta corrente spirituale. La voglia di condivisione e l’entusiasmo e la ricerca di gente affine a noi, è nuovamente una caratteristica comune a tutti gli esseri umani. Soprattutto in un paese come può essere l’Italia, che è fortemente cattolico e retrogrado da questo punto di vista… Non sono forse io stessa qui a parlarne con voi su un blog?

Ma proprio perché è una vita che viviamo in una vetrina grazie ai social (il piatto che mangiamo al ristorante ultimo grido, l’unboxing del nostro ordine fast fashion, le vacanze nell’Air B&B instagrammabile ecc), dobbiamo chiederci onestamente e veramente se quello che professiamo sia per amore della nostra spiritualità e non per la nostra validazione personale. 

Negli ultimi mesi ho visto visto svilupparsi un fenomeno alquanto preoccupante nella pagan community, a suon di screenshot, tags e dirette instagram, accusandosi a vicenda di poca integrità morale e/o di venerare divinità fasulle - come una qualunque vicenda di gossip da giornaletto. 

E mentre il sole accarezzava la mia pelle, alle porte di Imbolc, sentivo questo tepore
crescermi nel petto, ingranaggio essenziale di una realtà perfetta nella sua imperfezione: un agglomerato di pulviscolo stellare, su un minuscolo punto blu in mezzo ad un oceano infinito spazio-temporale. Dove tutto è amore ed indifferenza allo stesso tempo, coesistendo in una danza eterna di equilibri.

E riflettendo su questo schema divino, mi chiedevo: se c'è davvero un'entità là fuori, chiamatelo Universo, Geova, Allah o secondo il vostro sentiero spirituale che più vi aggrada, ma veramente gliene frega un cazzo delle nostre battaglie all’insegna del culto più integro e più storicamente corretto? Delle nostre guerre, sotto uno o l’altro stendardo - araldi di verità assolute?

Quando mi avvicinai al mondo dell’Occulto, mi avvicinai per amore della conoscenza e del mio pianeta. 

Per potermi sentire in mezzo all’axis mundi, per poter carpire anche solo per una frazione di secondo l’infinità del Cosmo. 

Per essere tutto e niente allo stesso tempo, sospesa ad un filo tra morte e vita e capirne il significato. 

Ed è questo che mi spinge ogni giorno a praticare, ricercare e studiare non solo su libri di testo degli antichi studiosi, ma anche viverli sulla mia pelle e capire la complessità del mondo intorno a me. 

Non importa se la vostra chiamata l'avete sentita in maniera differente, tutti ci arriviamo in modi diversi e da mondi diversi ma la costante è la stessa: un gesto d’amore, che compiamo tutti i giorni verso noi stessi, la nostra comunità e la natura che ci circonda - senza bisogno di primeggiare e fare tanto rumore per nulla. È una disciplina a tutto tondo ed il percorso di una vita intera - seguito con umiltà, non solo confinata a fare un incantesimo in occasione di una luna piena né tantomeno dimostrare niente a nessuno su un palcoscenico virtuale. 

Fa parte della nostra natura essere semplicemente “umani” e “sbagliare”, al meglio delle nostre possibilità quindi non siate troppo severi con voi stessi e con gli altri perché la perfezione è solamente divina; ma vorrei invitarvi tutti a farvi semplicemente delle domande. 

Senza arroganza, senza orgoglio e senza giudicare - nessuno ha bisogno di guru che millantano verità e sputano dogmi su pratiche assolute, ma solamente di aprire il proprio cuore agli spiriti con sincerità e cominciare ad ascoltare.

Fate piccoli gesti di gentilezza ogni giorno, piccoli atti di magia dove nessuno vi può vedere.

Non perdete la bussola su quello che è veramente la vostra chiamata spirituale o, se quello che state per fare,  è un semplice desiderio di riconoscimento davanti alla propria comunità.

L’Ego, per quanto sia una parte essenziale di noi, non porta tanto lontano quando ci immergiamo in narrative fine a se’ stesse. Basti guardare appunto la situazione politica attuale, fragile e pericoloso esempio di quello che può fare la nostra mania di grandezza senza l'umiltà di ascoltare la nostra anima e gli spiriti intorno a noi.

Buon Ascolto.

♃Ludna


mercoledì 1 dicembre 2021

Mari Lwyd - Lo Spirito del Natale Gallese

E’ arrivato Dicembre, e con esso la Yuletide.

Che vi foste trovati nella Roma antica a celebrare i Saturnali, o nel cerchio di pietre sacro di Stonehenge a dare il benvenuto al sole appena nato all'orizzonte, od attorno ad un fuoco a bere idromele, raccontando storie durante la piu lunga notte in Scandinavia; la tematica era sempre quella: il trionfo della sacra luce sulle tenebre.


Quello che ci e’ stato passato da piccoli, se anche voi siete cresciuti in una comunità prevalentemente cristiana, e’ la versione bonaria e zuccherosa del Natale: luci, regali, canti attorno all’albero, risate, momenti di celebrazione in famiglia. 



Ma come sappiamo bene, le versioni edulcorate cristiane sono rivisitazioni di antichi culti - che sono si gioiosi, ma che includono anche una parte di ombra che viene spesso omessa (e che e’ essenziale, per apprendere appieno la dualità dell’esistenza).


*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Solstizio d'Inverno.


Se gli anni scorsi vi abbiamo portato nelle valli alpine con i Krampus e tra l’Italia e la Scandinavia con Santa Lucia, quest’anno invece vi portiamo nel verdissimo Galles.

Nonostante ormai faccia parte del Regno Unito da centinaia di anni e la maggior parte della popolazione parli inglese, il Galles si può definire una vera e propria nazione celtica - con un'identità culturale ben definita, che e’ sopravvissuta a secoli di egemonia britannica (a sua volta una figlia ferita dell’invasione romana in primis, e poi dell’invasione sassone e cristianizzazione in epoca successiva).


Personalmente uno dei paesi che trovo più intrisi di magia, potremmo stare qui a discutere per ore dell'unicità di questo paese e del paesaggio naturale bellissimo che lo caratterizza, ma oggi parleremo di una particolare usanza natalizia: la Mari Lwyd.


Originaria prettamente del Sud del Galles, e’ una tradizione che fu a rischio di scomparire durante il secolo scorso ma che fortunatamente ha preso nuovamente piede grazie ad una rinnovata popolarità, merito sicuramente della sua figura suggestiva e decisamente particolare (e forse anche dei social?). Infatti credo sia difficile dimenticarsene, una volta vista in prima persona: il costume consiste in un teschio di cavallo, sorretto da un palo e decorato con fiocchi e motivi festivi - velato con un mantello, solitamente bianco, nascondente l’individuo che impersona la Mari.


Si parla per la prima volta della Mari Lwyd nel 1798, nel libro di J.Evans “A Tour through Part of North Wales, in the year 1798, and at Other Times” ma fu subito chiaro che si trattasse di una reminiscenza di usanze ben più antiche -  a cominciare dalla tradizione britannica del wassailing, di cui la giumenta rappresenta forse la versione più stravagante.


Durante il Medioevo, soprattutto nella fascia meridionale dell’odierno Regno Unito, era tradizione osservare le Dodici Notti di Natale; durante le quali si era soliti bere bevande alcoliche speziate a base di birra o sidro, ed augurare ai partecipanti buona salute. Infatti la parola “wassail” deriva dal norreno ves heill, che a sua volta venne tradotto nell’inglese arcaico wes hál (alla buona salute). 


Nella Dodicesima Notte, la gente andava bussando di casa in casa - cantando ed offrendo bevande calde ed aromatiche, in cambio di doni. Usanza vorrebbe che i signori feudali offrissero benedizioni e pietanze ai plebei, i quali si presentavano alla porta del maniero intonando litanie. Se tutto questo vi ricorda l’usanza vittoriana del “carolling” e gli odierni canti natalizi, avete indovinato bene: derivano proprio da qui. 


Non sempre le origini del wassailing erano di origine bonaria, alcune come il “first footing” avevano più una natura da trickster- similari al celeberrimo “dolcetto o scherzetto” tipico di Halloween. La Mari Lwyd fa parte di quest’ultima categoria. 


Durante la notte, la giumenta viene scortata di porta in porta dai suoi accompagnatori umani - i quali sfidano il padrone di casa ad una gara di pwngco o canto in rima (spesso abbastanza maleducato!), inventandosi scuse sul perché la Mari non possa entrare in casa. Una volta esaurite le motivazioni, ovviamente fittizie, il padrone di casa e’ costretto a far entrare, offrendo libagioni, questo spirito del Natale il quale prosegue a correre in giro per casa creando confusione e “spaventando” i bambini; portando con sé un buon auspicio per l’anno venturo.



Ma chi e’ la Mari Lwyd?


Le sue origini non sono del tutto chiare e sono forse state perse nel corso dei secoli, ci sono comunque due scuole di pensiero a riguardo.


La prima la collega alla natività, ponendo Mari Lwyd come traduzione di Grey Mary (o Holy Mary): secondo una vecchia leggenda, una giumenta gravida venne mandata fuori dalla stalla per fare spazio alla Madonna incinta del Bambin Gesù. Da quella notte, vaga in cerca di un posto caldo dove poter partorire il suo piccolo. Un’altra versione dell’origine cristiana della festa, la associa alla medievale Festa dell’Asino - dove la cavalla viene identificata come l’asino che portò la Vergine Maria in volo a Betlemme per partorire Gesù Bambino.


Se siete avvezzi ai culti pagani, avrete sicuramente notato la tematica: quella del volo sciamanico e della Caccia Selvaggia, tipica di tante celebrazioni del periodo, vi rimando al link sopra per approfondire questo discorso. Anche la leggenda della stalla, ha una tematica molto sinistra e simbolica: quella di una divinità pagana, soppiantata dall’arrivo del Cristianesimo.

Infatti ora arriviamo alla seconda versione dell’origine della Mari Lwyd, quella più accreditata (nonostante la mancanza di fonti storiche accertate) e quella che ci piace anche di più! 

Un’altra traduzione plausibile del nome e’ “Grey Mare” (giumenta grigia), dall’assonanza con la parola inglese “mare” e “lwyd”, che in gaelico significa grigio. Cio’ la connetterebbe con l’enorme importanza che ricoprivano i cavalli nella cultura celtica e britannica, in modo particolare i cavalli bianchi - veri e propri messaggeri dell’altro mondo (Rhiannon cavalcava un cavallo bianco, per esempio). Questa versione e’ rafforzata ulteriormente dal fatto che la tradizione della Mari condivide somiglianze con altre tradizioni delle isole britanniche - per citarne alcune, vi sono l’hoodening del Kent o l’Old Tup celebrato tra il Derbyshire e lo Yorkshire, The Broad o l’Old Horse dell’Inghilterra del Nord fino a spingerci in Irlanda con la tradizione del Láir Bhán (cavalla bianca) e Laare Vane dell’Isola di Man.


Uffington White Horse -  Risalente all'Eta del Bronzo (Oxfordshire)

Non risulta difficile vedere le reminiscenze di un culto pagano, trovandosi di fronte al teschio bianco di un cavallo sulla soglia della propria porta di casa, in cambio di offerte per il buon auspicio durante le notti più lunghe ed oscure dell’anno. E’ una tematica comune a tantissime tradizioni dell’Emisfero Nord dove si esorcizza l’inverno, simbolo della Morte fisica e dell’introspezione spirituale, invitandola al tavolo ed offrendole doni in cambio di un altro anno fortunato in questo piano dell’esistenza. E nemmeno la cristianizzazione e secoli di occupazione, sono riusciti ad estirpare questa tradizione così viva e così antica e radicata nel cuore celtico del Galles.


"Mari Lwyd, Horse of Frost, Star-horse, and White Horse of the Sea, is

carried to us.

The Dead return.

Those Exiles carry her, they who seem holy and have put on corruption,

they who seem corrupt and have put on holiness.

They strain against the door.

They strain towards the fire which fosters and warms the Living"

VERNON WATKINS, THE BALLAD OF THE MARI LWYD


♃Ludna

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domenica 13 dicembre 2020

Santa Lucia - Il ritorno della Sacra Luce

Quando penso ai Natali della mia infanzia, sarei ipocrita a dire che penso alla figura di Babbo Natale. No, quello arrivò dopo - quando oramai ero un po' meno suscettibile al fascino magico delle festività. Non penso nemmeno alla Befana o ai Re Magi, tradizioni sentitissime nel Sud Europa ma non nel cuore del Nord Est Italiano… Yule, il solstizio d’inverno, fu una scoperta piuttosto recente per me. 

Da Veneta, nata e cresciuta a Verona, non posso fare a meno che associare questo periodo al 13 Dicembre. Una data che mi farà per sempre pensare all’entusiasmo fanciullesco, al fiato sospeso, all’andare a letto presto con la speranza di far arrivare la mattina in batter d’occhio…Il giorno dopo, infatti, non era un giorno qualsiasi: finalmente l’attesa lunga un anno finiva ed avrei trovato i doni portati nella notte da Santa Lucia.

Secondo l’usanza veronese, la Santa passerebbe di casa in casa tra il 12 ed il 13 Dicembre, a cavallo di un asino, lasciando doni e dolciumi per i bambini; i quali andavano a coricarsi lasciando offerte e viveri per ella ed il suo destriero. 

Tipicamente, viene rappresentata come una donna cieca, vestita di bianco e con una corona di candele come copricapo.

La cosa interessante e’ che Santa Lucia non viene celebrata solamente in Veneto, ma in diverse zone d’Italia, Croazia, Ungheria e fino alla Scandinavia - una terra lontana, sia geograficamente che culturalmente, dalle origini della celebrazione. 


Ma andiamo con ordine, chi era Santa Lucia?

Lucia, in realta’, e’ di origine Siciliana - dove viene celebrata ancora oggi con processioni, accensione di ceri ed astensione dal consumo di frumento il 13 Dicembre. Questa tradizione ha origini antiche, memorie di una tremenda carestia che colpì la Sicilia e, durante il giorno dedicato alla santa, si dice che una nave carica di frumento comparve sulle sue coste - sfamando finalmente la popolazione stremata. Da qui, la figura di Santa Lucia come portatrice di doni… Almeno secondo la Chiesa Cattolica.

Sebbene non vi siano fonti storiche confermate, Lucia nacque a Siracusa nell’anno 283 d.C - da una benestante famiglia di fede cristiana. Devota solamente a Dio, non volle piegarsi ad un matrimonio combinato per poter seguire la sua vocazione religiosa.

Leggenda vuole che portasse viveri ai cristiani perseguitati, nascosti nel buio assoluto delle catacombe, illuminando il proprio cammino con la fioca luce delle candele - che divennero uno dei simboli per eccellenza della Santa. 

Mori nel 304 d.C., giustiziata grazie alla feroce persecuzione contro i cristiani perpetrata sotto l’imperatore Diocleziano - denunciata dal proprio marito, che non volle accettare il suo rifiuto. Dapprima le guardie cercarono di darle fuoco, ma la sua forte fede in Dio la rese ignifuga per cui venne poi uccisa con un pugnale - togliendole i suoi bellissimi occhi.

Come ci si può facilmente aspettare, la festa di Santa Lucia non è altri che un’altra festività pagana cristianizzata nei secoli. Il nome stesso, Lucia, vuol dire “luce” dal latino “lux”: infatti il ritorno della luce e’ il tema principale di questa festività (ricordate le candele?), come tante festività solstiziali festeggiate in questo periodo.

I simboli stessi della Santa sono in realtà simboli solari: la corona di candele, i capelli biondi con i quali viene solitamente rappresentata, gli occhi sul vassoio, le spighe di grano (poi sapientemente sostituite dal palmeto nella sua iconografia, simbolo del martirio), la spada… Addirittura, nella tradizione italiana settentrionale, viene rappresentata a cavallo di un asino.

Un’altra tematica ricorrente nei miti di Babbo Natale e la Befana, simboleggianti il volo sciamanico e la Grande Caccia.

*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Krampus, la Caccia Selvaggia ed altre tradizioni invernali.

Non a caso, prima dell'introduzione del calendario gregoriano nel 1582, il solstizio d’inverno cadeva proprio il 13 Dicembre: ancora adesso, infatti, vi sono diversi proverbi legati proprio alle giornate che pian piano si fanno più lunghe, dopo la lunga tenebra.

Vi lascio qui di seguito la versione veronese:

De Santa Lussia na ponta de ucia,

De Nadal el passo de on gal,

De l'Epifania el passo de na stria,

De Sant'Antonio el passo de un demonio,

De San Bastian un'ora e on passo de can.


A Santa Lucia (13 Dicembre), la punta d'un ago

A Natale (25 Dicembre), il passo di un gallo,

All’Epifania (6 Gennaio), il passo di una strega

A Sant’Antonio (17 Gennaio), il passo del demonio

A San Sebastiano (20 Gennaio), un’ora ed un passo di cane.



La Sacra Luce nel Nord Europa

Non e’ chiaro come una santa italiana sia venerata in Scandinavia, dove la sua celebrazione
e’ ancora più popolare che nel suo paese natio. Si pensa il culto sia arrivato durante il Medioevo, portato da dei missionari cattolici; andandosi poi a sincretizzare con delle usanze locali.

Pare che sia proprio il ritorno della Sacra Luce che abbia reso la santa così amata in Scandinavia, dove l’evangelizzazione arrivò molto dopo rispetto al resto dell’Europa: non si festeggia tanto la figura di Lucia, ma il ritorno del Sole.

Nel cuore dell’inverno, ci si poteva avvantaggiare solamente di pochissime ore di luce per poi trovarsi nella fredda tenebra; il solstizio invernale era dunque aspettato con bramosia per poter finalmente tornare nel conforto della luce e del calore della stagione ventura.

Tradizionalmente, la notte del 12 Dicembre si celebra la veglia (Lussevaka): durante l’allora notte più lunga, si credeva la terra fosse infestata da orde di spiriti maligni; era usanza rimanere svegli fino all’alba, al sicuro nelle proprie case illuminate da tantissime candele, per assicurarsi che nessuno di essi varcasse la soglia.

La mattina del 13 Dicembre, l’alba sarebbe poi arrivata (in questo caso, simboleggiata da Lucia), dissipando le tenebre e portando sollievo e consapevolezza che la piu’ lunga notte era finalmente giunta al termine.  

Al giorno d’oggi, tradizione vuole che un membro della famiglia (solitamente la figlia più vecchia), impersoni la figura della santa e si occupi di preparare dolcetti tipici e bevande calde da servire per cominciare la celebrazione del Lucia Dag.

Ed in questo giorno, dovunque voi siate, vi auguro una serena celebrazione: che Lucia vi porti luce in un mondo che al momento ha bisogno di ritrovare la sua via, in questo lungo inverno. Una luce di conforto, di allegria e risate spensierate - come le memorie felici della nostra infanzia.

Io, sicuramente, passerò la giornata avvolta nei ricordi più belli e salutando il ritorno del sole.

Benedizioni

♃Ludna
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lunedì 1 giugno 2020

Waldeinsamkeit - Riflessioni su Genius Loci e Covid.

The Moon Rising as The Milky Way Sets - © Chad Powell Photography 2019

Chi mi conosce anche nella vita privata, sa che sono un’instancabile viaggiatrice: la mia voglia irrefrenabile di wanderlust, mi spinge sempre alla ricerca di posti nuovi, colori intensi, pietanze esotiche da assaporare e tuffi in culture distanti dalla mia.

Probabilmente un po’ ho ereditato la curiosità che mi caratterizza da mio padre, che viaggio’ a suo tempo in lungo ed in largo sul continente armato di macchina fotografica, auto vecchia e scassata e sacco a pelo durante i gloriosi anni 70, un po’ saranno i miei pianeti in Acquario; non appena raggiunsi la maggiore età, mi trovai presto su un aereo per esplorare orizzonti diversi dal consueto cielo veronese a cui ero abituata.

Dopo aver viaggiato la maggior parte della nostra cara Europa, così familiare eppure così poliedrica allo stesso tempo, decisi di cambiare continente. Presto mi ritrovai in Thailandia, Cambogia, India fino al recente viaggio negli Stati Uniti d’America.

Il 2020 non solo marcava un nuovo decennio, una nuova era per tutti - sia numerologicamente che astrologicamente: il 2020 doveva essere il mio anno anche per i viaggi. Io ed il mio compagno avevamo programmato Marocco, Norvegia, Madagascar e probabilmente Sud America entro fine anno.

Ed invece, eccoci qua. Come il resto dell'umanità, ci troviamo costretti nella nostra piccola isola. Letteralmente, visto che casa nostra si trova in un lembo di terra a largo della Manica.
Quando scatto’ la pandemia la nostra reazione fu di sgomento e di incertezza, non sapendo bene con cosa avevamo a che fare. Fino alla rassegnazione ed accettazione, un processo credo che si possa accomunare con il resto dell'umanità.  

Come abbiamo menzionato in diversi articoli, nulla accade per caso: questo virus e’ un promemoria per ricordarci che stiamo vivendo uno stile di vita sbagliato, sia dal punti di vista spirituale che non. Frutto di uno stile di vita consumistico, sconsiderato e non in linea con le leggi di Madre Terra, ci ha costretto a fermarci e a riconsiderare le nostre azioni. Spetterà a noi poi decidere se vogliamo apprendere da questa lezione e se vogliamo perseverare nel nostro cammino, pagandone poi nuovamente le conseguenze in un futuro prossimo.

Detto questo, che lezione posso aver imparato io - personalmente?

Negli ultimi anni ammetto che mi sono sentita spaesata, posso aver attraversato forse quella che si chiama una crisi di fede: mentre la mia conoscenza esoterica cresceva esponenzialmente in modo teorico, la mia sensibilità al mondo dell’occulto che mi ha portato ad avvicinarmici in primo luogo, si andava assottigliando sempre di più. Potevo leggere tomi voluminosi su come connettersi con gli spiriti, ma non sentivo più quel brivido alla base della colonna vertebrale che mi faceva emozionare durante i miei primi, rudimentali rituali.

Perché? 

La risposta e’ molto semplice, ed e’ stata sotto il mio naso per tutto questo tempo. 
Ma ero troppo focalizzata su tutto il resto per rendermene conto: una vita lavorativa frenetica, una vita sociale da mantenere sia nella realtà che in ambito social media, mondanità e frivolezze varie riempivano il mio tempo ma portavano via il focus dall’essenziale. 
Ero talmente abituata ormai a salire su un aereo, per evadere dalla routine, da convincermi a cercare la bellezza altrove - dimenticandomi completamente di apprezzare veramente la terra in cui vivo. 


Twilight at Mount Bay -
© Chad Powell Photography 2019
Quella stessa terra che mi offri conforto e meraviglia, quando mi trasferii in Inghilterra: lontano da smartphones, social media, impegni lavorativi e sociali. Non conoscevo nessuno, non avevo un lavoro, non avevo uno smartphone e limitavo la mia presenza online a sporadici accessi davanti ad un vecchio laptop. 
La mia unica compagnia, durante le mie lunghe ore di solitudine, erano i miei pensieri e la natura dirompente intorno a me: le scogliere impervie, il profumo inebriante della digitale purpurea, gli spazi aperti verdissimi baciati dal sole, i boschi ombrosi… Quello stupore che poi divenne apatia ed abitudine, come il covid.

Durante questa pausa forzata, non potendo allontanarmi per rincorrere quel brivido da viaggiatore e nauseata dalla tossicità dei media, ho imparato nuovamente ad apprezzare la bellezza che mi circonda e a godere della compagnia di Madre Terra. Lontano da esseri umani pieni di risentimento, frustrazione ed ignoranza.

Mi sto isolando, mi sto disintossicando, mi sto finalmente allineando ai ritmi degli spiriti che mi circondano. Questa e’ stata la lezione che mi e’ stata impartita: ho dimenticato di onorare la sacra terra su cui vivo, allontanandomi di conseguenza dal suo potere e perdendo la mia visione di Strega. Eppure la risposta è sempre stata lì, sotto al mio naso. Ma certe volte abbiamo bisogno di andare contro ad un muro, per renderci conto di cosa stiamo facendo in modo errato.

Ecco perché non mi sentivo più una Strega potente, consapevole: più studiavo, più stupidamente mi allontanavo da Gaia.

Waldeinsamkeit e’ una parola tedesca, composta da wald-bosco ed einsamkeit-solitudine. E’ una parola che racchiude la sensazione di vagare in solitudine nella foresta, in simbiosi con la natura. Una parola che non ha una traduzione in un’altra lingua al di fuori del tedesco, ma uno stato d’animo sicuramente noto a molti di noi.

Come menzionai nei miei primissimi posts, i miei primi rituali avvennero tutti in un bosco. Un bosco meraviglioso, situato alle porte di Verona ed ai piedi delle Alpi,  dove la Natura ha fatto modo che io trovassi la mia vocazione.

La sensazione di essere una dimensione parallela, dove tutto rimane sospeso in frammenti di tempo, e’ indescrivibile. L’odore del sottobosco, lo sciabordio delle acque, il pigro ronzare di un’ape. E’ qui, dove la luce del sole filtra a malapena tra le foglie degli alberi, che gli Dei camminano tra noi.

Dove risiedo attualmente, ho la fortuna di avere un’antica foresta nei pressi di casa mia . Parkhurst Forest copre 500 ettari con querce, conifere e fitto sottobosco; una delle ultime roccaforti dello scoiattolo rosso inglese – ormai estinto nella maggior parte del paese,  soppiantato dallo scoiattolo grigio.

Questa foresta, a tratti oscura, mi ha guarita in uno dei momenti più bui della mia vita: decisi, in un giorno di pioggia, di seguire uno dei sentieri meno battuti ed inoltrarmi nei verdi meandri della selva. Ero l’unica persona nel bosco, quel giorno, e mi spogliai di tutto il dolore e spettri che mi tormentavano. Mi trovai a ballare sotto la pioggia, cantando e sentendomi libera come non mai in tutta la mia vita. 


Ed eccomi qua, dopo anni, nuovamente a ripercorrere questi sentieri dimenticati per rendere omaggio agli antichi spiriti che mi hanno accolta e risanata - chiamandomi a sé dopo tutti questi anni, mentre brancolavo nel buio in  cerca di risposte. E’ buffo come nell'esoterismo niente sia casuale, in un modo o nell’altro si arriva sempre dove dobbiamo andare.

Niente mi darà mai la stessa sensazione di tranquillità, pace e comunione come passeggiare nella natura - nemmeno salire su un aereo in cerca dell’illuminazione divina sulle rive del Gange.

Questo mi sento di dirvi, alla luce delle mie riflessioni da quarantena: studiate, viaggiate, imparate piu che potete, allargate i vostri orizzonti. Ma non dimenticate mai di rapportarvi con la vostra terra, non occorre andare sulla cima d'una montagna. Anche il parco cittadino del vostro paese pullula di microcosmi e spiriti, basta solo connettervisi. Se vi prendete cura della terra, la terra si prenderà cura di voi.

Sia nel vostro piccolo, che nel grande schema delle cose.

L’essere disconnessi, crederci degli dei in terra e calpestare e maltrattare i nostri ecosistemi ci hanno portato alla situazione odierna: il disboscamento, l’allevamento intensivo, un’industria sfrenata sono le cause del climate change, del covid e della sofferenza che stiamo vivendo come pianeta ed umanità. Il tutto si ricongiunge all’essere distanti da Gaia, ricominciamo dalle piccole cose per costruire un mondo all’altezza dei diritti di tutti.



♃Ludna
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sabato 15 giugno 2019

Aquae Sulis - Il cuore celtico della Britannia Romana



Nel Sud dell’Inghilterra possiamo trovare un vero e proprio gioiello storico ed architettonico, incastonato nella verde campagna inglese: la cittadina di Bath. Precisamente, ci troviamo nel Somerset - una regione che, come abbiamo già visto parlando di Glastonbury, spicca per il numero di siti di interesse esoterico sul suo territorio.

Il nome di Bath deriva da “bagno”, infatti questo luogo era un importante stabilimento termale durante l’occupazione romana. Ma sarebbe riduttivo classificarlo solo come tale, in quanto era anche un luogo di culto per i Celti in primis e per i Romani successivamente.

Le sacre acque, considerate miracolose, originano dal sottosuolo: le piogge millenarie, riversate nei secoli sulle Mendip Hills, penetrarono negli strati calcarei del terreno dove, in profondità, raggiunsero una temperatura di circa 96°C. La pressione dell’acqua, surriscaldatasi, riportò il corso d’acqua sotterraneo in superficie, originandone la famosa sorgente: una piscina naturale, dal colore smeraldo e dalle smerigliature cremisi del ferro, avvolta nei fumi di vapore innalzati nella gelida aria invernale... Non vi sono dubbi del perché le genti di allora considerassero tale meraviglia opera degli Dei.

Studi dimostrano che la fonte è in uso da almeno 10,000 anni, ma le prime testimonianze concrete le abbiamo con l’arrivo dei Celti in Britannia nel 700 AC, i quali ne circoscrissero il perimetro con delle strutture in legno a scopo rituale.
Credevano che questo luogo magico, con le sue proprietà guaritrici, fosse l’opera della Dea Sul - una dea celtica patrona della medicina, guarigione e fertilità. Sul fondo della sorgente furono trovate monete, comprovando la teoria che la popolazione usasse lo specchio d’acqua come canale di comunicazione con il divino, lasciandovi offerte nella speranza di ottenerne il favore.

LA DEA SULIS-MINERVA


Sul o Sulis era una divinità venerata nelle zone limitrofe di questa fonte magica. A differenza del diffuso concetto odierno neo-pagano di divinità femminile lunare, è una dea solare. 

L’etimologia del suo nome non è del tutto chiara, la teoria più accreditata è che la parola provenga dal Proto-Celtico sūli: uno dei tanti suffissi per la parola “sole”, di derivazione Indo-Europea (vedasi ηέλιος “elios” in Greco, “sūryah” in Sanscrito, “suhlio” in Proto-Indo-Europeo). Da questa radice, deriverebbero anche la parola “súil” (occhio) in Irlandese Arcaico e “licat”, significante sia “occhio” che “sorgente” in Gallese Arcaico. 


Come menzionato sopra, è principalmente associata alla guarigione ed alla fertilità ma anche alla veggenza; come tante altre dee ha una natura ambivalente. Sulis veniva spesse volte invocata per proteggere chi subiva dei torti e maledirne i perpetranti, in quanto garante di giustizia. 

Nel museo delle terme romane possiamo ammirare ben 130 tavolette in peltro, su cui vi sono iscritte delle maledizioni ed invocazioni alla dea per ottenere vendette personali. Normalmente si trattava di tornaconti per piccoli furti, spesso avvenuti dentro lo stabilimento: piccole somme di denaro, capi di vestiario od oggetti personali. Queste tavolette, oltretutto, hanno un valore storico inestimabile potendo essere tra gli unici esempi scritti di lingua celtica.

I Romani, arrivati nel Somerset nel 43 DC durante la loro campagna di occupazione britannica, subito riconobbero la sacralità del luogo. Nonostante la loro frenetica sete di espansione dell’impero, erano soliti rispettare le divinità locali - sincretizzandole spesso con i loro dei (interpretatio romana).

Apprendendo presto la natura benevolente ed il forte senso di giustizia di Sulis, non fu difficile associarla a Minerva - amatissima dea patrona della ragione, saggezza e delle virtù eroiche, nonché protettrice degli artigiani. Il suo culto era diffusissimo nell’Impero, testimonianze della sua devozione furono trovate in tutte le province romane e venne spesso assimilata ad altre divinità come la celtica Brigantia o la kemetica Neith.

Sulis-Minerva, dalle miracolose qualità guaritrici, divenne popolare anche tra i soldati romani: molti reduci di guerra, afflitti da vecchie ferite ed acciacchi, si affidavano alla sua cura ed alla sua sorgente per riceverne i benefici. Durante la campagna militare, artigiani e mercanti si trasferirono per espandere i loro commerci in queste nuove province, mentre alcuni veterani decisero di cominciare una nuova vita ad Aquae Sulis - trasformando così questo tempio naturale, in un fiorente centro mercantile.

La fervente economia e la crescente popolarità del culto della dea, portarono alla decisione di rendere onore alla sacra sorgente costruendovi uno degli stabilimenti termali e luoghi di culto piu importanti delle province britanniche.

IL COMPLESSO TERMALE ED IL TEMPIO

Per trasformare una meravigliosa fonte naturale in un altrettanto stupefacente opera architettonica, ci volle l’esperta ingegneria romana. Era un progetto ambizioso: la sorgente era il regno della severa dea Sulis ed anche un ambiente fragile, essendo una locazione geotermica e quindi richiedente un’idraulica più complessa.

Legna e pietra vennero trasportate lungo le rive del fiume Avon, mentre piastrelle d’argilla vennero importate dal Wiltshire, esperti accorsero dalle province imperiali per assistere ai lavori; finiti nel 75 d.c.  Entro l’anno 100 d.C.; Bath era un vivace centro commerciale, ricreazionale e di culto - considerata una delle “città più sofisticate della Britannia Romana”.

Le terme diventarono così popolari che pellegrini visitavano regolarmente la cittadina per onorare Sulis Minerva ed approfittare delle acque termali; il flusso costante di viandanti portò ad una fervente espansione edile, trasformando ulteriormente il complesso termale.

L’originale radura boschiva, venerata dai Celti, venne racchiusa in una struttura dal volto a botte, illuminata fiocamente dal lume di candela e circondata da colonne e statue - arricchendone l’atmosfera mistica.

Il Tempio, costruito adiacente alla fonte, venne eretto in stile classico (inusuale, nella Britannia Romana): dentro vi era custodita la statua della dea, illuminata dal fuoco sacro. Il complesso si ergeva su un podio elevato di due metri dall'area pavimentata a mosaico; a circondare il tutto, vi era un ambulacro colonnato in stile corinzio.

Con l’avanzare del cristianesimo in Europa, questo imponente luogo di raccoglimento cadde in disuso - fino all’eventuale collasso dell’edificio.
Fortunatamente, oltre alla pianta della struttura, vennero trovati reperti archeologici inestimabili: testimoni silenziosi di un’epoca lontana, ormai dimenticata. 

LA STATUA DELLA DEA


La testa di bronzo di Sulis Minerva è uno dei reperti più famosi della Britannia Romana: il suo ritrovamento, nel 1727, fece intuire che Bath non era un sito archeologico come un altro. 

Probabilmente era parte della statua che risiedeva dentro il Tempio, torreggiando sopra l’altare sacrificale. Considerando le dimensioni della testa, possiamo solo immaginare l’autorità che potesse ispirare Sulis Minerva, illuminata solamente dalle fiamme serpeggianti del braciere sacro. 
Piccoli buchi tra i capelli rivelano che vi era probabilmente un elmo corinzio fissato sulla testa, purtroppo andato perduto nelle nebbie del tempo.


LA TESTA DI GORGONE

Come abbiamo detto, il tempio presentava numerose caratteristiche inusuali per l'architettura romana in Britannia: fra queste, di spicco era l'elaborato frontone con al centro una testa di Gorgone, sostenuta da due creature alate in un clipeo.  Supportato da quattro, larghe colonne alte 15 metri, doveva trattarsi di una visione molto potente per chi si avvicinava al tempio. 



Il frontone sfoggia diversi simboli carichi di significato: negli angoli vi sono dei tritoni, creature mezze pesce e mezzi uomini servi del dio Nettuno. In basso a sinistra vi è un elmo a forma di delfino, mentre nell’angolo destro abbiamo un gufo (simbolo di Minerva).

Varie sono le controversie sorte per determinare l'identità della Gorgone: infatti, nonostante abbia ali sopra gli orecchi e serpenti intrecciati nella barba, il volto raffigurato è maschile, mentre la tradizione vuole che la Gorgone fosse una creatura femminile, uccisa dall'eroe Perseo con l’aiuto di Atena (la controparte greca di Minerva). Una volta abbattuta, Perseo donò la testa alla dea, la quale la espose sulla sua corazza - quale migliore simbologia, per un tempio dedicato alla romana Minerva? 

Un'altra teoria suggerisce che la Gorgone sia invece una rappresentazione del dio Oceano,
il titano padrone delle acque. Il culto di Oceano era molto diffuso nella Britannia Romana: i legionari dovevano ovviamente attraversare la Manica, per sbarcare nell’attuale Regno Unito, per cui era nel loro interesse aggraziarsi il dio. L’imperatore Severo fece coniare addirittura delle monete con la testa di Oceano su un lato, la testa di Nettuno sull’altro; mentre sui ponti talvolta vi erano degli altari sacrificali dedicati a queste due divinità - per pagare pegno, in cambio della loro protezione nei pressi dei corsi d’acqua.
Una delle simbologie legate al titano erano infatti i delfini, uno dei simboli ritrovati anche sul frontone.

Un’altra teoria associa invece questa misteriosa figura ad una divinità celtica solare, Belenos: per quanto possa sembrare improbabile che dei romani abbiano finanziato un’opera simile, l’autore del frontone era un gallo ed avrebbe potuto “mascherare” la gorgone creando invece un tributo alla sua divinità patrona.

Probabilmente non sapremo mai la verità dietro a questa figura enigmatica, possiamo solo limitarci ad immergerci nell’atmosfera sacra di Aquae Sulis meravigliandoci di fronte a questo capolavoro architettonico, riverbero di frammenti di spazio e di tempo persi nei secoli.



♃Ludna
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venerdì 21 dicembre 2018

Yule - La Magia dell'Inverno

Durante la mia adolescenza, trovavo il Natale una festa essenzialmente commerciale, vuota: una facciata di gioia ed abbaglianti luci natalizie su un edificio fatiscente, buio e freddo. L’iperbole della nostra società, dove tutto sembra bello grazie ai filtri di Instagram e riempiamo il nostro vuoto interiore con carrelli pieni di beni di consumo.

In età più adulta mi sono trovata invece ad apprezzare questa festa, dopo averne appreso il significato arcano dietro di essa: il Solstizio d'Inverno. Il trionfo del Sole nell'oscurità, festeggiato per millenni da molteplici popoli.
Ed è lì che i canti nelle strade e nei negozi, le lucine alle finestre e le scintillanti decorazioni sull'albero riecheggiano di risate antiche, di gioie e di doni scambiati a lume di fuochi accesi durante la lunga notte.

Astronomicamente parlando, il solstizio d’inverno rappresenta il momento in cui il Sole raggiunge, nel suo moto apparente, il punto più basso sull'orizzonte, per poi ricominciare a salire nel suo cammino fino al punto più alto (il solstizio d’estate). Questa mancanza di luce e calore, fecero scaturire la nascita di molte leggende e festività, legate a questo suggestivo momento dell’anno.

Due tematiche principali ricorrono: l’oscurità, il vero e proprio cuore della stagione fredda, spesso rappresentata come una figura anziana, e la luce, rinascente dopo la notte più lunga.

Per i Neopagani il solstizio rappresenta Yule, la prima festa sabbatica dell’anno: la Dea dà vita al Dio, il Sole bambino che con sé porta la promessa della tiepida primavera. Il nome della festività deriva dalla festività di Juul, un blot festeggiato nella Scandinavia pre-cristiana. Era un momento di gioia, di raccoglimento ma anche di sacrificio: bisogna ricordare che, mentre oggi siamo abituati alla nostra spesa settimanale al supermercato sotto casa, l’inverno rappresentava una stagione di carestia per i nostri antenati. Era usanza sacrificare le greggi agli dei, ingraziandosene così il favore, mangiandone poi la carne con i propri cari ed evitando una morte di stenti al bestiame durante il rigido inverno.

Dal Nord Europa, abbiamo ereditato alcune delle odierne tradizioni come il ceppo di Yule e la decorazione dell’albero, il quale viene spontaneo associarlo all'albero Yggdrasil, l’axis mundi.

Secondo la leggenda, San Bonifacio, che cristianizzò la Sassonia e la Frisia, di ritorno verso Roma, fece abbattere una grande quercia, un albero sacro ai pagani del luogo.
Dalle radici dell’albero, nacque magicamente un abete e San Bonifacio interpretò questo avvenimento come un segno divino rappresentante la bontà del cristianesimo.
In realtà, gli alberi sempreverdi erano noti, nella tradizione pagana, per portare prosperità e resistenza durante la stagione invernale e per questo, difatti, venivano portati nelle case e appesi come portafortuna. 
Va da sé che, un segno di questo tipo, va interpretato come il paganesimo (l’abete) che resiste all'oscurantismo del cristianesimo (la quercia, che nella stagione fredda perde le foglie).
I sempreverdi erano anche gli alberi sacri al dio Baal, una divinità solare.

Un’altra tradizione legata ai sempreverdi è quella del “tronchetto di Yule”, da noi conosciuto come “ceppo di Natale”. Solitamente si tratta di un ceppo molto grosso, che viene acceso nel camino la sera della vigilia di Natale e si continua a bruciare fino all'Epifania.
Esso aiuterebbe a scacciare gli spiriti maligni che si aggirano per la terra durante il Solstizio e servirebbe a “rafforzare” la forza vitale del Sole, che in questo periodo dell’anno è più debole.


Anche la celeberrima figura di Babbo Natale è di derivazione scandinava: prima di essere associato al paffuto signore barbuto che noi tutti conosciamo, veniva raffigurato come un vecchio molto alto, vestito di nero a cavallo. Una figura tutt'altro che rassicurante e bonaria, rispetto a quella sulla bottiglia della Coca Cola. 
Questa figura spettrale veniva associata ad Odino ed al suo destriero. 
Durante la notte più lunga dell’anno, Odino teneva una battuta di caccia (la Caccia Selvaggia) insieme ad altre divinità e spiriti. I bambini, nei villaggi, solevano mettere gli stivali fuori dalla porta, pieni di ortaggi per nutrire i cavalli dei cacciatori; in cambio trovavano le calzature piene di doni. 

Una concezione un po’ più moderna di Babbo Natale, che contribuì a diffondere la tradizione in tutto il mondo, è quella descritta nel poema di Clement C. Moore “The Night before Christmas”, pubblicato per la prima volta nel 1823.
Ispirato dalle varie leggende legate a Santa Claus, Moore scrisse questo poema in cui Babbo Natale viene descritto ma come un piccolo elfo, veloce e anziano, tanto minuto da entrare nelle case attraverso i camini, che raggiungeva volando sui tetti delle case nella sua piccola slitta, trainata da otto renne. Questo piccolo elfo viene chiamato St. Nick.
Agli appassionati di antiche tradizioni anglosassoni, non sarà sfuggito l’accostamento di St. Nick con Old Nick, uno dei tanti appellativi utilizzati per riferirsi al Diavolo.

Concetti simili, messi un po’ in ombra dall’ormai onnipresente Babbo, si trovano in varie chiavi di lettura poi in giro per l’Europa (vedasi la Befana, Santa Lucia, San Nicola ed i Re Magi solo per citarne alcuni).




*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Krampus, la Caccia Selvaggia ed altre tradizioni invernali.

La rinascita del sole durante il periodo del solstizio d’inverno, è tematica comune a molte tradizioni pagane, tanto che l’imperatore Aureliano stabilì il 25 Dicembre "dies natalis Solis invicti", così facendo donò a tutte le culture differenti presenti nell’Impero Romano un giorno comune in cui poter celebrare la gloria del Sole.

Sempre in questo periodo, nella Roma Antica, si festeggiavano i Saturnali tra il 17 ed il 23 Dicembre. Come si può facilmente evincere dal nome, erano delle festività in onore del dio Saturno: era usanza, durante questi giorni, scambiarsi piccoli doni ed illuminare le città a giorno - altre tradizioni sicuramente a noi familiari. Si credeva che il vecchio dio, uscito dagli inferi, si aggirasse sul nostro piano dimensionale, portandosi appresso gli spiriti dell’oltretomba; per farne ritrovare la strada si offrivano sacrifici, si cantavano canzoni, si accendevano fuochi e ci si travestiva. 
Inoltre l’usuale ordine sociale non era in vigore: gli schiavi erano liberi, unendosi ai propri padroni nei festeggiamenti duranti i lauti banchetti in onore del dio.





*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Mundus Cereris, l’apertura degli inferi secondo la tradizione romana.

Il tema ricorrente è comunque sempre lo stesso: il vecchio che porta il nuovo, la vecchia e saggia tenebra che pian piano lascia spazio alla luce, alla speranza di nuovo anno ed un nuovo raccolto. 

Al giorno d’oggi, non dobbiamo preoccuparci più di carestie e del dividere il raccolto con le persone a noi care. Viviamo in un mondo abbondante, pieno di possibilità. Talmente pieno da esserne ridondante, fino al punto di di perdere il senso di gioia nell'essere insieme a coloro che amiamo, superando la tenebra. 

Ricordiamoci del significato dietro ai lustrini, a quei regali comprati senza sentimento ed immancabilmente riciclati. Il Solstizio è il momento per essere grati di cosa abbiamo ricevuto durante l’anno, di essere consapevoli di cosa abbiamo imparato durante la nostra discesa nell'oscurità e poter intraprendere un nuovo cammino nella luce.

Siamo grati dei legami che possiamo coltivare intorno ad una tavola imbandita, siano essi la nostra famiglia di sangue o la nostra famiglia di scelta. E se proprio non sappiamo come spendere i nostri soldi, non compriamo cianfrusaglie che finiranno nel cestino: usiamo il nostro potere per poter aiutare coloro che non hanno lo stesso lusso.

Il Solstizio è una festa legata alla gioia ed alla casa, la Terra è casa nostra. Facciamoci il regalo di aiutarla, diamo i nostri soldi alle associazioni che si curano di salvaguardare l’ambiente o le persone in difficoltà. E se proprio non possiamo usare il denaro, usiamo il nostro tempo: facciamo noi stessi volontariato, raccogliamo la spazzatura dalle spiagge e dal terreno, regaliamo quello che non ci serve a chi può usufruirne. 

Il regalo più grande è quello di essere consapevoli, per noi stessi e per chi ci sta intorno.

Felice e prospero Solstizio.


♃Ludna & ♄Unornya
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