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martedì 27 settembre 2022

La chiesa di Santa Luciella ed il teschio con le orecchie, Napoli


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Con l’arrivo di Mabon e l’inizio della stagione autunnale possiamo dire di essere ufficialmente entrati nella spooky season, quale momento migliore quindi per parlare di Luoghi Magici e misteriosi?


Di recente mi sono recata in vacanza a Napoli, città che sto letteralmente adorando, ricca di tradizioni che rimandano agli antichi fasti del paganesimo. 

In questa città si può decisamente respirare un’energia vibrante e vetusta e, nonostante l’avvento del Cristianesino l’abbia coinvolta come ogni altro luogo in Europa, è come se in quel luogo il paganesimo non abbia mai smesso di esistere ed essere praticato, facendo sì che sacro e profano si mescolino alla perfezione.


La città di Napoli vanta una storia ed un susseguirsi di culture notevole e molto variegato, essendo stata, fra le altre cose, una tra le città più importanti della Magna Grecia e di conseguenza un polo importantissimo per quanto riguarda gli scambi commerciali, politici, culturali e religiosi. Come conseguenza a tutto questo, abbiamo il fatto che la città nasconda numerosi siti di interesse esoterico, delle vere e proprie meraviglie che esprimono alla perfezione l’idea delle tradizioni popolari.





Vorrei quindi parlarvi proprio di uno di questi luoghi: la chiesa di Santa Luciella.

Si tratta di una piccola chiesa nel cuore del centro antico di Napoli, fondata nel 1327 e situata in cima al vicolo che ai tempi dell’antica Roma chiamavano “vicus Cornelianus” che collega San Biagio dei Librai a San Gregorio Armeno. 

Nel corso degli anni, tra il 1600 ed il 1700, passò sotto la custodia della corporazione dei pipernieri, antichi artisti che scolpivano le pietre dure come il Piperno. La lavorazione di questo materiale metteva a rischio gli occhi di lo scolpiva, poichè delle schegge di pietra potevano facilmente schizzare sul volto, di conseguenza i pipernieri iniziarono a venerare Santa Lucia, protettrice della vista, rendendo la Chiesa di Santa Luciella il proprio luogo di culto e associandosi dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione a cui era affidata la madonnina sull’Altare maggiore della Chiesa.


**Leggi qui il nostro post su Santa Lucia


All’interno della chiesa, nella navata centrale, troviamo difatti dei manichini un po’ inquietanti, vestiti con gli abiti indossati dai confratell, con il particolare del cappuccio a punta il quale rappresentava la fede, la penitenza per i peccati commessi ma soprattutto l’uguaglianza tra ogni membro che diveniva così indistinguibile dagli altri.


Chiusa al pubblico dopo il terremoto del 1980 poichè inagibile, col tempo venne dimenticata e divenne un piccolo deposito di materiali edili e, successivamente, addirttura una discarica.

Nel 2013 un gruppo di giovani napoletani, specializzati in storia dell’arte, decide di aprire una fondazione chiamata “Respiriamo Arte”, riuscendo così a riappropriarsi di questo pezzo di storia, procedendo quindi con la restaurazione, la messa in sicurezza e permettendo in questo modo nuovamente l’accesso al pubblico, salvando questo patrimonio culturale dalla rovina.



Al di sotto della struttura della chiesa troviamo un cimitero, un luogo di sepoltura dedicato ai membri dell’Arciconfraternita ed ai loro familiari. Il metodo utilizzato per trattare i corpi dei confratelli prima dell’inumazione era chiamato “scolatura”. I cadaveri venivano infatti affidati allo “schiattamuorto”, figura tipica napoletana che rappresenta il becchino, il quale bucava il corpo in punti strategici (in particolare collo, polsi e gambe) per far sì che i liquidi ed i gas contenuti all’interno fuoriuscissero più rapidamente. Il corpo veniva quindi adagiato su delle grandi vasche di terra santa e lasciato scolare, appunto, accelerando così l’essiccazione ed il processo di decomposizione. Una volta pronti, i corpi venivano seppelliti in queste vasche per un certo periodo di tempo, dopodichè venivano riesumati, ripulivano accuratamente le ossa che venivano poi deposte nell’ossario sottostante al cimitero (un’area a cui oggi si accede attraverso una botola ma che non è ancora stata esplorata).

L’unica parte del corpo che veniva conservata in questo cimitero era il cranio, in napoletano detto “capuzzella”.


I crani in questione erano venerati secondo la tradizione locale del “culto delle anime pezzentelle”, ovvero le anime del purgatorio.



IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE:


Questa tradizione nacque a Napoli nel 1656 durante un’epidemia di peste che devastò la città e uccise due terzi della popolazione. I morti erano così numerosi che, per questioni igieniche e di protezione dal contagio, venivano riposti in fosse comuni, al di fuori dai luoghi di preghiera e privandoli così della loro identità. Le donne napoletane, mosse dalla pietà per le anime dei defunti, iniziarono ad adottare i crani, le capuzzelle appunto. Scendevano all’interno dei cimiteri, sceglievano uno dei teschi (la parte del corpo dove si pensava risiedesse l’anima) ed iniziavano a prendersene cura, pulendoli e lavandoli con acqua fresca che avrebbe dovuto dare refrigerio e sollievo all’anima del defunto mentre si trovava tra le fiamme del purgatorio.

Attraverso queste cure, l’anima del defunto poteva accedere al paradiso più velocemente, in cambio però, le donne chiedevano al defunto di intercedere per loro al fine di ottenere una grazia.


“Pezzentelle”, infatti, deriva dalla parola latina petere che significa chiedere. Quando il miracolo richiesto veniva realizzato, le donne portavano un ex voto e lo appendevano nel luogo di sepoltura come ringraziamento. Gli ex voto erano costituiti da dei simboli in metallo, soprattutto in argento, che rappresentavano la grazia ottenuta: l’arrivo di un figlio, il ritorno del marito dalla guerra, la guarigione degli occhi o la soluzione di un problema d’amore. Alcuni di questi ex voto sono ancora visibili oggi sulle pareti dell’ipogeo.


Agli inizi del 1900 questo culto iniziò a non essere più visto di buon occhio dalla Chiesa Cattolica, che lo definì un culto ai limiti del paganesimo. Infatti, secondo il cattolicesimo, non è possibile per un credente intercedere con Dio attraverso i morti (come invece si fa con il culto pagano degli antenati) ma solamente attraverso i santi.

Nonostante nel 1969 il culto venne vietato dalla Chiesa, le donne napoletane continuarono la pratica, fino al 1980 quando si fermò a causa del terremoto.


Ad oggi, oltre alla chiesa di Santa Luciella, i principali luoghi simbolo di questo culto si trovano nel centro di Napoli e sono la chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco ed il Cimitero delle Fontanelle.



IL TESCHIO CON LE ORECCHIE:



Tra tutti i crani conservati nel cimitero ipogeo della Chiesa di Santa Luciella troviamo il famoso Teschio con le Orecchie.

Questo cranio ha la particolarità di avere due porzioni di osso che si sono divaricate nel tempo, facendolo apparire come se avesse ancora, appunto, i padiglioni auricolari (che in realtà non è possibile che siano orecchie in quanto la cartilagine è una delle parti dello scheletro che si degrada più velocemente).

Il Teschio con le orecchie era il favorito dalle donne che praticavano il culto delle anime pezzentelle, proprio perché si pensava che avesse la capacità di ascoltare meglio le preghiere e le richieste, fungendo come un vero e proprio tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per questo motivo infatti il teschio, risalente al 1600, una volta esposto nella cripta non è mai più stato toccato o spostato.


Personalmente trovo che questa macabra tradizione tipica del popolo napoletano in realtà rappresenti al meglio il particolare rapporto che questa gente ha con l’aldilà e con il culto dei morti. Una credenza che ci spiega che non dobbiamo temere o mostrare inquietudine nei confronti dei defunti, ma che anzi è possibile dedicarsi a loro dolcemente, impedendo che vengano dimenticati e mantenendoli comunque parte della comunità.


♄Unornya

 www.respiriamoarte.it

martedì 21 giugno 2022

Doon Hill - Un Portale sul Mondo delle Fate



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Alle porte del Solstizio d’Estate, è impossibile non parlare del paranormale: essendo il sole al suo picco, durante il suo lungo tragitto nel cielo, anche la magia raggiunge la sua piena potenza sotto i suoi dorati raggi. In tutta Europa vi sono leggende legate al solstizio e di come le leggi naturali fossero rovesciate in questo particolare giorno.

Come spesso succede in occasione di questi particolari eventi astronomici, il velo tra i mondi si fa più sottile e così la comunicazione col soprannaturale viene favorita.

Non solo vi sono periodi dell’anno particolarmente indicati, ma anche luoghi di potere dove altre dimensioni sono più accessibili. Uno di questi è Doon Hill, un piccolo angolo di pace e vegetazione lussureggiante ai piedi delle Highlands Scozzesi. Per quanto piccolo e probabilmente conosciuto solo dai più avvezzi appassionati di folklore britannico, è teatro di una storia realmente affascinante riguardante il piccolo popolo.

Si da il caso sia il luogo dove riposano i resti del Reverendo Robert Kirk, autore de “Il Regno Segreto” e la cui sorte è ancora un mistero avvolto nelle nebbie di questa magica terra.

Kirk fu il cappellano di Aberfoyle, dove rimase fino alla morte: ottenne un discreto successo come autore della prima completa traduzione in Gaelico della Bibbia, ma la sua vera fama la raggiunse postmortem grazie al libro The Secret Commonwealth (Il Regno Segreto) - una raccolta di folklore e leggende scritte tra il 1691-1692, ma pubblicate solamente nel 1815.

Kirk, nonostante la sua fede cristiana, era detentore di quello che viene chiamato “seconda vista” - che può sembrare un ossimoro, abituati come siamo alla concezione odierna del cristianesimo. Ma dobbiamo ricordarci che tante usanze cristiane sono imbevute di paganesimo e viceversa, intrecciandosi nel corso di secoli - soprattutto quando si parla di luoghi rurali, imbevuti di usanze precristiane.  Non era raro quindi sentir parlare di “seconda vista” nelle Highlands scozzesi, era quasi ordinaria amministrazione e status di prestigio.

Girovagando per la campagna locale, raccogliendo testimonianze di incontri col piccolo popolo, era solito frequentare la vicina Doon Hill - una collina immersa nel fogliame, non molto distante dalla sua diocesi. Lì diceva di incontrare spesso creature eteree “di consistenza simile a nuvole, meglio visibili al tramonto”,  - le quali gli illustrarono usi e costumi del loro popolo. Vestivano e parlavano come umani, danzavano, festeggiavano, cantavano ma con sostanziali differenze: per esempio, si nutrivano della linfa vitale e riuscivano a passare attraverso pertugi piccolissimi e spaccature nei muri. Le loro abitazioni, dove vivevano in una società con una gerarchia ben definita, si trovavano sotto terra e spesso visitavano questa dimensione durante le notti di Samhain e Beltane - quando il velo tra i mondi era più sottile. Vi erano delle diversità anche in quella che possiamo chiamare “morale”: le fate non erano né buone né cattive, talvolta si rendevano utili al prossimo elargendo consigli su come aggiustare utensili o avvertendo di pericoli imminenti, talvolta invece rapivano giovani madri per allattare i loro figli, seducevano umani e/o rubandone gli infanti - si pensino ai famosi changelings per esempio. 

Non avevano niente a che vedere con la versione edulcorata che ci immaginiamo al giorno d’oggi: secondo le leggende, sono esseri sottili e lucenti - simili agli Elfi descritti da Tolkien, che trovano radici nella mitologia norrena. 

I popoli scandinavi e gli Anglo Sassoni le chiamavano infatti alfar (elfi). In Irlanda erano noti come sidhe, mentre in Scozia come sith - intesi come abitanti dei sithean, cumuli di terra considerati portali sull’altro mondo, mentre in Galles venivano chiamate ellyllon (esseri lucenti). La connotazione odierna delle fate deriva dal francese fée e poi inglesizzato in fairy.

Coloro che le incontravano, durante le loro celebrazioni crepuscolari, venivano travolti da una voglia irrefrenabile di danzare e seguire il corteo - finendo spesse volte nel loro mondo ed essendo poi incapacitati di tornare. Solo i più puri di cuore e più dotati nelle arti, riuscivano a ricevere doni e tornare in questa dimensione.

Ritornando al nostro Robert Kirk, un giorno fu misteriosamente ritrovato morto in cima alla collina. La ragione della sua morte è ancora adesso un mistero…potrebbe essere stato un malore, magari incappò nell’ira del popolo fatato per aver svelato i loro segreti, alcuni dicono che il corpo fosse semplicemente un simulacro ed il vero Robert Kirk venne trasportato nel regno delle fate.

Qualsiasi sia la verita, il suo corpo (vero o meno) è sepolto al cimitero di Aberfoyle, mentre Doon Hill è visitabile attraverso un pacifico e rilassante sentiero - costeggiato da alberi coperti di nastri, preghiere, fiori ed offerte. Memoria pulsante di un folklore che fu e che vive ancora nel cuore di coloro che visitano la collina, forse sperando di poter incontrare qualche essere sovrannaturale.

Qualsiasi cosa facciate per il solstizio, state attenti. 

Il velo si fa sottile, e con esso le visite su questo piano più frequenti.


♃Ludna




mercoledì 1 dicembre 2021

Mari Lwyd - Lo Spirito del Natale Gallese

E’ arrivato Dicembre, e con esso la Yuletide.

Che vi foste trovati nella Roma antica a celebrare i Saturnali, o nel cerchio di pietre sacro di Stonehenge a dare il benvenuto al sole appena nato all'orizzonte, od attorno ad un fuoco a bere idromele, raccontando storie durante la piu lunga notte in Scandinavia; la tematica era sempre quella: il trionfo della sacra luce sulle tenebre.


Quello che ci e’ stato passato da piccoli, se anche voi siete cresciuti in una comunità prevalentemente cristiana, e’ la versione bonaria e zuccherosa del Natale: luci, regali, canti attorno all’albero, risate, momenti di celebrazione in famiglia. 



Ma come sappiamo bene, le versioni edulcorate cristiane sono rivisitazioni di antichi culti - che sono si gioiosi, ma che includono anche una parte di ombra che viene spesso omessa (e che e’ essenziale, per apprendere appieno la dualità dell’esistenza).


*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Solstizio d'Inverno.


Se gli anni scorsi vi abbiamo portato nelle valli alpine con i Krampus e tra l’Italia e la Scandinavia con Santa Lucia, quest’anno invece vi portiamo nel verdissimo Galles.

Nonostante ormai faccia parte del Regno Unito da centinaia di anni e la maggior parte della popolazione parli inglese, il Galles si può definire una vera e propria nazione celtica - con un'identità culturale ben definita, che e’ sopravvissuta a secoli di egemonia britannica (a sua volta una figlia ferita dell’invasione romana in primis, e poi dell’invasione sassone e cristianizzazione in epoca successiva).


Personalmente uno dei paesi che trovo più intrisi di magia, potremmo stare qui a discutere per ore dell'unicità di questo paese e del paesaggio naturale bellissimo che lo caratterizza, ma oggi parleremo di una particolare usanza natalizia: la Mari Lwyd.


Originaria prettamente del Sud del Galles, e’ una tradizione che fu a rischio di scomparire durante il secolo scorso ma che fortunatamente ha preso nuovamente piede grazie ad una rinnovata popolarità, merito sicuramente della sua figura suggestiva e decisamente particolare (e forse anche dei social?). Infatti credo sia difficile dimenticarsene, una volta vista in prima persona: il costume consiste in un teschio di cavallo, sorretto da un palo e decorato con fiocchi e motivi festivi - velato con un mantello, solitamente bianco, nascondente l’individuo che impersona la Mari.


Si parla per la prima volta della Mari Lwyd nel 1798, nel libro di J.Evans “A Tour through Part of North Wales, in the year 1798, and at Other Times” ma fu subito chiaro che si trattasse di una reminiscenza di usanze ben più antiche -  a cominciare dalla tradizione britannica del wassailing, di cui la giumenta rappresenta forse la versione più stravagante.


Durante il Medioevo, soprattutto nella fascia meridionale dell’odierno Regno Unito, era tradizione osservare le Dodici Notti di Natale; durante le quali si era soliti bere bevande alcoliche speziate a base di birra o sidro, ed augurare ai partecipanti buona salute. Infatti la parola “wassail” deriva dal norreno ves heill, che a sua volta venne tradotto nell’inglese arcaico wes hál (alla buona salute). 


Nella Dodicesima Notte, la gente andava bussando di casa in casa - cantando ed offrendo bevande calde ed aromatiche, in cambio di doni. Usanza vorrebbe che i signori feudali offrissero benedizioni e pietanze ai plebei, i quali si presentavano alla porta del maniero intonando litanie. Se tutto questo vi ricorda l’usanza vittoriana del “carolling” e gli odierni canti natalizi, avete indovinato bene: derivano proprio da qui. 


Non sempre le origini del wassailing erano di origine bonaria, alcune come il “first footing” avevano più una natura da trickster- similari al celeberrimo “dolcetto o scherzetto” tipico di Halloween. La Mari Lwyd fa parte di quest’ultima categoria. 


Durante la notte, la giumenta viene scortata di porta in porta dai suoi accompagnatori umani - i quali sfidano il padrone di casa ad una gara di pwngco o canto in rima (spesso abbastanza maleducato!), inventandosi scuse sul perché la Mari non possa entrare in casa. Una volta esaurite le motivazioni, ovviamente fittizie, il padrone di casa e’ costretto a far entrare, offrendo libagioni, questo spirito del Natale il quale prosegue a correre in giro per casa creando confusione e “spaventando” i bambini; portando con sé un buon auspicio per l’anno venturo.



Ma chi e’ la Mari Lwyd?


Le sue origini non sono del tutto chiare e sono forse state perse nel corso dei secoli, ci sono comunque due scuole di pensiero a riguardo.


La prima la collega alla natività, ponendo Mari Lwyd come traduzione di Grey Mary (o Holy Mary): secondo una vecchia leggenda, una giumenta gravida venne mandata fuori dalla stalla per fare spazio alla Madonna incinta del Bambin Gesù. Da quella notte, vaga in cerca di un posto caldo dove poter partorire il suo piccolo. Un’altra versione dell’origine cristiana della festa, la associa alla medievale Festa dell’Asino - dove la cavalla viene identificata come l’asino che portò la Vergine Maria in volo a Betlemme per partorire Gesù Bambino.


Se siete avvezzi ai culti pagani, avrete sicuramente notato la tematica: quella del volo sciamanico e della Caccia Selvaggia, tipica di tante celebrazioni del periodo, vi rimando al link sopra per approfondire questo discorso. Anche la leggenda della stalla, ha una tematica molto sinistra e simbolica: quella di una divinità pagana, soppiantata dall’arrivo del Cristianesimo.

Infatti ora arriviamo alla seconda versione dell’origine della Mari Lwyd, quella più accreditata (nonostante la mancanza di fonti storiche accertate) e quella che ci piace anche di più! 

Un’altra traduzione plausibile del nome e’ “Grey Mare” (giumenta grigia), dall’assonanza con la parola inglese “mare” e “lwyd”, che in gaelico significa grigio. Cio’ la connetterebbe con l’enorme importanza che ricoprivano i cavalli nella cultura celtica e britannica, in modo particolare i cavalli bianchi - veri e propri messaggeri dell’altro mondo (Rhiannon cavalcava un cavallo bianco, per esempio). Questa versione e’ rafforzata ulteriormente dal fatto che la tradizione della Mari condivide somiglianze con altre tradizioni delle isole britanniche - per citarne alcune, vi sono l’hoodening del Kent o l’Old Tup celebrato tra il Derbyshire e lo Yorkshire, The Broad o l’Old Horse dell’Inghilterra del Nord fino a spingerci in Irlanda con la tradizione del Láir Bhán (cavalla bianca) e Laare Vane dell’Isola di Man.


Uffington White Horse -  Risalente all'Eta del Bronzo (Oxfordshire)

Non risulta difficile vedere le reminiscenze di un culto pagano, trovandosi di fronte al teschio bianco di un cavallo sulla soglia della propria porta di casa, in cambio di offerte per il buon auspicio durante le notti più lunghe ed oscure dell’anno. E’ una tematica comune a tantissime tradizioni dell’Emisfero Nord dove si esorcizza l’inverno, simbolo della Morte fisica e dell’introspezione spirituale, invitandola al tavolo ed offrendole doni in cambio di un altro anno fortunato in questo piano dell’esistenza. E nemmeno la cristianizzazione e secoli di occupazione, sono riusciti ad estirpare questa tradizione così viva e così antica e radicata nel cuore celtico del Galles.


"Mari Lwyd, Horse of Frost, Star-horse, and White Horse of the Sea, is

carried to us.

The Dead return.

Those Exiles carry her, they who seem holy and have put on corruption,

they who seem corrupt and have put on holiness.

They strain against the door.

They strain towards the fire which fosters and warms the Living"

VERNON WATKINS, THE BALLAD OF THE MARI LWYD


♃Ludna

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domenica 13 dicembre 2020

Santa Lucia - Il ritorno della Sacra Luce

Quando penso ai Natali della mia infanzia, sarei ipocrita a dire che penso alla figura di Babbo Natale. No, quello arrivò dopo - quando oramai ero un po' meno suscettibile al fascino magico delle festività. Non penso nemmeno alla Befana o ai Re Magi, tradizioni sentitissime nel Sud Europa ma non nel cuore del Nord Est Italiano… Yule, il solstizio d’inverno, fu una scoperta piuttosto recente per me. 

Da Veneta, nata e cresciuta a Verona, non posso fare a meno che associare questo periodo al 13 Dicembre. Una data che mi farà per sempre pensare all’entusiasmo fanciullesco, al fiato sospeso, all’andare a letto presto con la speranza di far arrivare la mattina in batter d’occhio…Il giorno dopo, infatti, non era un giorno qualsiasi: finalmente l’attesa lunga un anno finiva ed avrei trovato i doni portati nella notte da Santa Lucia.

Secondo l’usanza veronese, la Santa passerebbe di casa in casa tra il 12 ed il 13 Dicembre, a cavallo di un asino, lasciando doni e dolciumi per i bambini; i quali andavano a coricarsi lasciando offerte e viveri per ella ed il suo destriero. 

Tipicamente, viene rappresentata come una donna cieca, vestita di bianco e con una corona di candele come copricapo.

La cosa interessante e’ che Santa Lucia non viene celebrata solamente in Veneto, ma in diverse zone d’Italia, Croazia, Ungheria e fino alla Scandinavia - una terra lontana, sia geograficamente che culturalmente, dalle origini della celebrazione. 


Ma andiamo con ordine, chi era Santa Lucia?

Lucia, in realta’, e’ di origine Siciliana - dove viene celebrata ancora oggi con processioni, accensione di ceri ed astensione dal consumo di frumento il 13 Dicembre. Questa tradizione ha origini antiche, memorie di una tremenda carestia che colpì la Sicilia e, durante il giorno dedicato alla santa, si dice che una nave carica di frumento comparve sulle sue coste - sfamando finalmente la popolazione stremata. Da qui, la figura di Santa Lucia come portatrice di doni… Almeno secondo la Chiesa Cattolica.

Sebbene non vi siano fonti storiche confermate, Lucia nacque a Siracusa nell’anno 283 d.C - da una benestante famiglia di fede cristiana. Devota solamente a Dio, non volle piegarsi ad un matrimonio combinato per poter seguire la sua vocazione religiosa.

Leggenda vuole che portasse viveri ai cristiani perseguitati, nascosti nel buio assoluto delle catacombe, illuminando il proprio cammino con la fioca luce delle candele - che divennero uno dei simboli per eccellenza della Santa. 

Mori nel 304 d.C., giustiziata grazie alla feroce persecuzione contro i cristiani perpetrata sotto l’imperatore Diocleziano - denunciata dal proprio marito, che non volle accettare il suo rifiuto. Dapprima le guardie cercarono di darle fuoco, ma la sua forte fede in Dio la rese ignifuga per cui venne poi uccisa con un pugnale - togliendole i suoi bellissimi occhi.

Come ci si può facilmente aspettare, la festa di Santa Lucia non è altri che un’altra festività pagana cristianizzata nei secoli. Il nome stesso, Lucia, vuol dire “luce” dal latino “lux”: infatti il ritorno della luce e’ il tema principale di questa festività (ricordate le candele?), come tante festività solstiziali festeggiate in questo periodo.

I simboli stessi della Santa sono in realtà simboli solari: la corona di candele, i capelli biondi con i quali viene solitamente rappresentata, gli occhi sul vassoio, le spighe di grano (poi sapientemente sostituite dal palmeto nella sua iconografia, simbolo del martirio), la spada… Addirittura, nella tradizione italiana settentrionale, viene rappresentata a cavallo di un asino.

Un’altra tematica ricorrente nei miti di Babbo Natale e la Befana, simboleggianti il volo sciamanico e la Grande Caccia.

*** Clicca qui per leggere il nostro articolo sul Krampus, la Caccia Selvaggia ed altre tradizioni invernali.

Non a caso, prima dell'introduzione del calendario gregoriano nel 1582, il solstizio d’inverno cadeva proprio il 13 Dicembre: ancora adesso, infatti, vi sono diversi proverbi legati proprio alle giornate che pian piano si fanno più lunghe, dopo la lunga tenebra.

Vi lascio qui di seguito la versione veronese:

De Santa Lussia na ponta de ucia,

De Nadal el passo de on gal,

De l'Epifania el passo de na stria,

De Sant'Antonio el passo de un demonio,

De San Bastian un'ora e on passo de can.


A Santa Lucia (13 Dicembre), la punta d'un ago

A Natale (25 Dicembre), il passo di un gallo,

All’Epifania (6 Gennaio), il passo di una strega

A Sant’Antonio (17 Gennaio), il passo del demonio

A San Sebastiano (20 Gennaio), un’ora ed un passo di cane.



La Sacra Luce nel Nord Europa

Non e’ chiaro come una santa italiana sia venerata in Scandinavia, dove la sua celebrazione
e’ ancora più popolare che nel suo paese natio. Si pensa il culto sia arrivato durante il Medioevo, portato da dei missionari cattolici; andandosi poi a sincretizzare con delle usanze locali.

Pare che sia proprio il ritorno della Sacra Luce che abbia reso la santa così amata in Scandinavia, dove l’evangelizzazione arrivò molto dopo rispetto al resto dell’Europa: non si festeggia tanto la figura di Lucia, ma il ritorno del Sole.

Nel cuore dell’inverno, ci si poteva avvantaggiare solamente di pochissime ore di luce per poi trovarsi nella fredda tenebra; il solstizio invernale era dunque aspettato con bramosia per poter finalmente tornare nel conforto della luce e del calore della stagione ventura.

Tradizionalmente, la notte del 12 Dicembre si celebra la veglia (Lussevaka): durante l’allora notte più lunga, si credeva la terra fosse infestata da orde di spiriti maligni; era usanza rimanere svegli fino all’alba, al sicuro nelle proprie case illuminate da tantissime candele, per assicurarsi che nessuno di essi varcasse la soglia.

La mattina del 13 Dicembre, l’alba sarebbe poi arrivata (in questo caso, simboleggiata da Lucia), dissipando le tenebre e portando sollievo e consapevolezza che la piu’ lunga notte era finalmente giunta al termine.  

Al giorno d’oggi, tradizione vuole che un membro della famiglia (solitamente la figlia più vecchia), impersoni la figura della santa e si occupi di preparare dolcetti tipici e bevande calde da servire per cominciare la celebrazione del Lucia Dag.

Ed in questo giorno, dovunque voi siate, vi auguro una serena celebrazione: che Lucia vi porti luce in un mondo che al momento ha bisogno di ritrovare la sua via, in questo lungo inverno. Una luce di conforto, di allegria e risate spensierate - come le memorie felici della nostra infanzia.

Io, sicuramente, passerò la giornata avvolta nei ricordi più belli e salutando il ritorno del sole.

Benedizioni

♃Ludna
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