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martedì 27 settembre 2022

La chiesa di Santa Luciella ed il teschio con le orecchie, Napoli


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Con l’arrivo di Mabon e l’inizio della stagione autunnale possiamo dire di essere ufficialmente entrati nella spooky season, quale momento migliore quindi per parlare di Luoghi Magici e misteriosi?


Di recente mi sono recata in vacanza a Napoli, città che sto letteralmente adorando, ricca di tradizioni che rimandano agli antichi fasti del paganesimo. 

In questa città si può decisamente respirare un’energia vibrante e vetusta e, nonostante l’avvento del Cristianesino l’abbia coinvolta come ogni altro luogo in Europa, è come se in quel luogo il paganesimo non abbia mai smesso di esistere ed essere praticato, facendo sì che sacro e profano si mescolino alla perfezione.


La città di Napoli vanta una storia ed un susseguirsi di culture notevole e molto variegato, essendo stata, fra le altre cose, una tra le città più importanti della Magna Grecia e di conseguenza un polo importantissimo per quanto riguarda gli scambi commerciali, politici, culturali e religiosi. Come conseguenza a tutto questo, abbiamo il fatto che la città nasconda numerosi siti di interesse esoterico, delle vere e proprie meraviglie che esprimono alla perfezione l’idea delle tradizioni popolari.





Vorrei quindi parlarvi proprio di uno di questi luoghi: la chiesa di Santa Luciella.

Si tratta di una piccola chiesa nel cuore del centro antico di Napoli, fondata nel 1327 e situata in cima al vicolo che ai tempi dell’antica Roma chiamavano “vicus Cornelianus” che collega San Biagio dei Librai a San Gregorio Armeno. 

Nel corso degli anni, tra il 1600 ed il 1700, passò sotto la custodia della corporazione dei pipernieri, antichi artisti che scolpivano le pietre dure come il Piperno. La lavorazione di questo materiale metteva a rischio gli occhi di lo scolpiva, poichè delle schegge di pietra potevano facilmente schizzare sul volto, di conseguenza i pipernieri iniziarono a venerare Santa Lucia, protettrice della vista, rendendo la Chiesa di Santa Luciella il proprio luogo di culto e associandosi dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione a cui era affidata la madonnina sull’Altare maggiore della Chiesa.


**Leggi qui il nostro post su Santa Lucia


All’interno della chiesa, nella navata centrale, troviamo difatti dei manichini un po’ inquietanti, vestiti con gli abiti indossati dai confratell, con il particolare del cappuccio a punta il quale rappresentava la fede, la penitenza per i peccati commessi ma soprattutto l’uguaglianza tra ogni membro che diveniva così indistinguibile dagli altri.


Chiusa al pubblico dopo il terremoto del 1980 poichè inagibile, col tempo venne dimenticata e divenne un piccolo deposito di materiali edili e, successivamente, addirttura una discarica.

Nel 2013 un gruppo di giovani napoletani, specializzati in storia dell’arte, decide di aprire una fondazione chiamata “Respiriamo Arte”, riuscendo così a riappropriarsi di questo pezzo di storia, procedendo quindi con la restaurazione, la messa in sicurezza e permettendo in questo modo nuovamente l’accesso al pubblico, salvando questo patrimonio culturale dalla rovina.



Al di sotto della struttura della chiesa troviamo un cimitero, un luogo di sepoltura dedicato ai membri dell’Arciconfraternita ed ai loro familiari. Il metodo utilizzato per trattare i corpi dei confratelli prima dell’inumazione era chiamato “scolatura”. I cadaveri venivano infatti affidati allo “schiattamuorto”, figura tipica napoletana che rappresenta il becchino, il quale bucava il corpo in punti strategici (in particolare collo, polsi e gambe) per far sì che i liquidi ed i gas contenuti all’interno fuoriuscissero più rapidamente. Il corpo veniva quindi adagiato su delle grandi vasche di terra santa e lasciato scolare, appunto, accelerando così l’essiccazione ed il processo di decomposizione. Una volta pronti, i corpi venivano seppelliti in queste vasche per un certo periodo di tempo, dopodichè venivano riesumati, ripulivano accuratamente le ossa che venivano poi deposte nell’ossario sottostante al cimitero (un’area a cui oggi si accede attraverso una botola ma che non è ancora stata esplorata).

L’unica parte del corpo che veniva conservata in questo cimitero era il cranio, in napoletano detto “capuzzella”.


I crani in questione erano venerati secondo la tradizione locale del “culto delle anime pezzentelle”, ovvero le anime del purgatorio.



IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE:


Questa tradizione nacque a Napoli nel 1656 durante un’epidemia di peste che devastò la città e uccise due terzi della popolazione. I morti erano così numerosi che, per questioni igieniche e di protezione dal contagio, venivano riposti in fosse comuni, al di fuori dai luoghi di preghiera e privandoli così della loro identità. Le donne napoletane, mosse dalla pietà per le anime dei defunti, iniziarono ad adottare i crani, le capuzzelle appunto. Scendevano all’interno dei cimiteri, sceglievano uno dei teschi (la parte del corpo dove si pensava risiedesse l’anima) ed iniziavano a prendersene cura, pulendoli e lavandoli con acqua fresca che avrebbe dovuto dare refrigerio e sollievo all’anima del defunto mentre si trovava tra le fiamme del purgatorio.

Attraverso queste cure, l’anima del defunto poteva accedere al paradiso più velocemente, in cambio però, le donne chiedevano al defunto di intercedere per loro al fine di ottenere una grazia.


“Pezzentelle”, infatti, deriva dalla parola latina petere che significa chiedere. Quando il miracolo richiesto veniva realizzato, le donne portavano un ex voto e lo appendevano nel luogo di sepoltura come ringraziamento. Gli ex voto erano costituiti da dei simboli in metallo, soprattutto in argento, che rappresentavano la grazia ottenuta: l’arrivo di un figlio, il ritorno del marito dalla guerra, la guarigione degli occhi o la soluzione di un problema d’amore. Alcuni di questi ex voto sono ancora visibili oggi sulle pareti dell’ipogeo.


Agli inizi del 1900 questo culto iniziò a non essere più visto di buon occhio dalla Chiesa Cattolica, che lo definì un culto ai limiti del paganesimo. Infatti, secondo il cattolicesimo, non è possibile per un credente intercedere con Dio attraverso i morti (come invece si fa con il culto pagano degli antenati) ma solamente attraverso i santi.

Nonostante nel 1969 il culto venne vietato dalla Chiesa, le donne napoletane continuarono la pratica, fino al 1980 quando si fermò a causa del terremoto.


Ad oggi, oltre alla chiesa di Santa Luciella, i principali luoghi simbolo di questo culto si trovano nel centro di Napoli e sono la chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco ed il Cimitero delle Fontanelle.



IL TESCHIO CON LE ORECCHIE:



Tra tutti i crani conservati nel cimitero ipogeo della Chiesa di Santa Luciella troviamo il famoso Teschio con le Orecchie.

Questo cranio ha la particolarità di avere due porzioni di osso che si sono divaricate nel tempo, facendolo apparire come se avesse ancora, appunto, i padiglioni auricolari (che in realtà non è possibile che siano orecchie in quanto la cartilagine è una delle parti dello scheletro che si degrada più velocemente).

Il Teschio con le orecchie era il favorito dalle donne che praticavano il culto delle anime pezzentelle, proprio perché si pensava che avesse la capacità di ascoltare meglio le preghiere e le richieste, fungendo come un vero e proprio tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per questo motivo infatti il teschio, risalente al 1600, una volta esposto nella cripta non è mai più stato toccato o spostato.


Personalmente trovo che questa macabra tradizione tipica del popolo napoletano in realtà rappresenti al meglio il particolare rapporto che questa gente ha con l’aldilà e con il culto dei morti. Una credenza che ci spiega che non dobbiamo temere o mostrare inquietudine nei confronti dei defunti, ma che anzi è possibile dedicarsi a loro dolcemente, impedendo che vengano dimenticati e mantenendoli comunque parte della comunità.


♄Unornya

 www.respiriamoarte.it

martedì 21 giugno 2022

Doon Hill - Un Portale sul Mondo delle Fate



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Alle porte del Solstizio d’Estate, è impossibile non parlare del paranormale: essendo il sole al suo picco, durante il suo lungo tragitto nel cielo, anche la magia raggiunge la sua piena potenza sotto i suoi dorati raggi. In tutta Europa vi sono leggende legate al solstizio e di come le leggi naturali fossero rovesciate in questo particolare giorno.

Come spesso succede in occasione di questi particolari eventi astronomici, il velo tra i mondi si fa più sottile e così la comunicazione col soprannaturale viene favorita.

Non solo vi sono periodi dell’anno particolarmente indicati, ma anche luoghi di potere dove altre dimensioni sono più accessibili. Uno di questi è Doon Hill, un piccolo angolo di pace e vegetazione lussureggiante ai piedi delle Highlands Scozzesi. Per quanto piccolo e probabilmente conosciuto solo dai più avvezzi appassionati di folklore britannico, è teatro di una storia realmente affascinante riguardante il piccolo popolo.

Si da il caso sia il luogo dove riposano i resti del Reverendo Robert Kirk, autore de “Il Regno Segreto” e la cui sorte è ancora un mistero avvolto nelle nebbie di questa magica terra.

Kirk fu il cappellano di Aberfoyle, dove rimase fino alla morte: ottenne un discreto successo come autore della prima completa traduzione in Gaelico della Bibbia, ma la sua vera fama la raggiunse postmortem grazie al libro The Secret Commonwealth (Il Regno Segreto) - una raccolta di folklore e leggende scritte tra il 1691-1692, ma pubblicate solamente nel 1815.

Kirk, nonostante la sua fede cristiana, era detentore di quello che viene chiamato “seconda vista” - che può sembrare un ossimoro, abituati come siamo alla concezione odierna del cristianesimo. Ma dobbiamo ricordarci che tante usanze cristiane sono imbevute di paganesimo e viceversa, intrecciandosi nel corso di secoli - soprattutto quando si parla di luoghi rurali, imbevuti di usanze precristiane.  Non era raro quindi sentir parlare di “seconda vista” nelle Highlands scozzesi, era quasi ordinaria amministrazione e status di prestigio.

Girovagando per la campagna locale, raccogliendo testimonianze di incontri col piccolo popolo, era solito frequentare la vicina Doon Hill - una collina immersa nel fogliame, non molto distante dalla sua diocesi. Lì diceva di incontrare spesso creature eteree “di consistenza simile a nuvole, meglio visibili al tramonto”,  - le quali gli illustrarono usi e costumi del loro popolo. Vestivano e parlavano come umani, danzavano, festeggiavano, cantavano ma con sostanziali differenze: per esempio, si nutrivano della linfa vitale e riuscivano a passare attraverso pertugi piccolissimi e spaccature nei muri. Le loro abitazioni, dove vivevano in una società con una gerarchia ben definita, si trovavano sotto terra e spesso visitavano questa dimensione durante le notti di Samhain e Beltane - quando il velo tra i mondi era più sottile. Vi erano delle diversità anche in quella che possiamo chiamare “morale”: le fate non erano né buone né cattive, talvolta si rendevano utili al prossimo elargendo consigli su come aggiustare utensili o avvertendo di pericoli imminenti, talvolta invece rapivano giovani madri per allattare i loro figli, seducevano umani e/o rubandone gli infanti - si pensino ai famosi changelings per esempio. 

Non avevano niente a che vedere con la versione edulcorata che ci immaginiamo al giorno d’oggi: secondo le leggende, sono esseri sottili e lucenti - simili agli Elfi descritti da Tolkien, che trovano radici nella mitologia norrena. 

I popoli scandinavi e gli Anglo Sassoni le chiamavano infatti alfar (elfi). In Irlanda erano noti come sidhe, mentre in Scozia come sith - intesi come abitanti dei sithean, cumuli di terra considerati portali sull’altro mondo, mentre in Galles venivano chiamate ellyllon (esseri lucenti). La connotazione odierna delle fate deriva dal francese fée e poi inglesizzato in fairy.

Coloro che le incontravano, durante le loro celebrazioni crepuscolari, venivano travolti da una voglia irrefrenabile di danzare e seguire il corteo - finendo spesse volte nel loro mondo ed essendo poi incapacitati di tornare. Solo i più puri di cuore e più dotati nelle arti, riuscivano a ricevere doni e tornare in questa dimensione.

Ritornando al nostro Robert Kirk, un giorno fu misteriosamente ritrovato morto in cima alla collina. La ragione della sua morte è ancora adesso un mistero…potrebbe essere stato un malore, magari incappò nell’ira del popolo fatato per aver svelato i loro segreti, alcuni dicono che il corpo fosse semplicemente un simulacro ed il vero Robert Kirk venne trasportato nel regno delle fate.

Qualsiasi sia la verita, il suo corpo (vero o meno) è sepolto al cimitero di Aberfoyle, mentre Doon Hill è visitabile attraverso un pacifico e rilassante sentiero - costeggiato da alberi coperti di nastri, preghiere, fiori ed offerte. Memoria pulsante di un folklore che fu e che vive ancora nel cuore di coloro che visitano la collina, forse sperando di poter incontrare qualche essere sovrannaturale.

Qualsiasi cosa facciate per il solstizio, state attenti. 

Il velo si fa sottile, e con esso le visite su questo piano più frequenti.


♃Ludna




lunedì 1 giugno 2020

Waldeinsamkeit - Riflessioni su Genius Loci e Covid.

The Moon Rising as The Milky Way Sets - © Chad Powell Photography 2019

Chi mi conosce anche nella vita privata, sa che sono un’instancabile viaggiatrice: la mia voglia irrefrenabile di wanderlust, mi spinge sempre alla ricerca di posti nuovi, colori intensi, pietanze esotiche da assaporare e tuffi in culture distanti dalla mia.

Probabilmente un po’ ho ereditato la curiosità che mi caratterizza da mio padre, che viaggio’ a suo tempo in lungo ed in largo sul continente armato di macchina fotografica, auto vecchia e scassata e sacco a pelo durante i gloriosi anni 70, un po’ saranno i miei pianeti in Acquario; non appena raggiunsi la maggiore età, mi trovai presto su un aereo per esplorare orizzonti diversi dal consueto cielo veronese a cui ero abituata.

Dopo aver viaggiato la maggior parte della nostra cara Europa, così familiare eppure così poliedrica allo stesso tempo, decisi di cambiare continente. Presto mi ritrovai in Thailandia, Cambogia, India fino al recente viaggio negli Stati Uniti d’America.

Il 2020 non solo marcava un nuovo decennio, una nuova era per tutti - sia numerologicamente che astrologicamente: il 2020 doveva essere il mio anno anche per i viaggi. Io ed il mio compagno avevamo programmato Marocco, Norvegia, Madagascar e probabilmente Sud America entro fine anno.

Ed invece, eccoci qua. Come il resto dell'umanità, ci troviamo costretti nella nostra piccola isola. Letteralmente, visto che casa nostra si trova in un lembo di terra a largo della Manica.
Quando scatto’ la pandemia la nostra reazione fu di sgomento e di incertezza, non sapendo bene con cosa avevamo a che fare. Fino alla rassegnazione ed accettazione, un processo credo che si possa accomunare con il resto dell'umanità.  

Come abbiamo menzionato in diversi articoli, nulla accade per caso: questo virus e’ un promemoria per ricordarci che stiamo vivendo uno stile di vita sbagliato, sia dal punti di vista spirituale che non. Frutto di uno stile di vita consumistico, sconsiderato e non in linea con le leggi di Madre Terra, ci ha costretto a fermarci e a riconsiderare le nostre azioni. Spetterà a noi poi decidere se vogliamo apprendere da questa lezione e se vogliamo perseverare nel nostro cammino, pagandone poi nuovamente le conseguenze in un futuro prossimo.

Detto questo, che lezione posso aver imparato io - personalmente?

Negli ultimi anni ammetto che mi sono sentita spaesata, posso aver attraversato forse quella che si chiama una crisi di fede: mentre la mia conoscenza esoterica cresceva esponenzialmente in modo teorico, la mia sensibilità al mondo dell’occulto che mi ha portato ad avvicinarmici in primo luogo, si andava assottigliando sempre di più. Potevo leggere tomi voluminosi su come connettersi con gli spiriti, ma non sentivo più quel brivido alla base della colonna vertebrale che mi faceva emozionare durante i miei primi, rudimentali rituali.

Perché? 

La risposta e’ molto semplice, ed e’ stata sotto il mio naso per tutto questo tempo. 
Ma ero troppo focalizzata su tutto il resto per rendermene conto: una vita lavorativa frenetica, una vita sociale da mantenere sia nella realtà che in ambito social media, mondanità e frivolezze varie riempivano il mio tempo ma portavano via il focus dall’essenziale. 
Ero talmente abituata ormai a salire su un aereo, per evadere dalla routine, da convincermi a cercare la bellezza altrove - dimenticandomi completamente di apprezzare veramente la terra in cui vivo. 


Twilight at Mount Bay -
© Chad Powell Photography 2019
Quella stessa terra che mi offri conforto e meraviglia, quando mi trasferii in Inghilterra: lontano da smartphones, social media, impegni lavorativi e sociali. Non conoscevo nessuno, non avevo un lavoro, non avevo uno smartphone e limitavo la mia presenza online a sporadici accessi davanti ad un vecchio laptop. 
La mia unica compagnia, durante le mie lunghe ore di solitudine, erano i miei pensieri e la natura dirompente intorno a me: le scogliere impervie, il profumo inebriante della digitale purpurea, gli spazi aperti verdissimi baciati dal sole, i boschi ombrosi… Quello stupore che poi divenne apatia ed abitudine, come il covid.

Durante questa pausa forzata, non potendo allontanarmi per rincorrere quel brivido da viaggiatore e nauseata dalla tossicità dei media, ho imparato nuovamente ad apprezzare la bellezza che mi circonda e a godere della compagnia di Madre Terra. Lontano da esseri umani pieni di risentimento, frustrazione ed ignoranza.

Mi sto isolando, mi sto disintossicando, mi sto finalmente allineando ai ritmi degli spiriti che mi circondano. Questa e’ stata la lezione che mi e’ stata impartita: ho dimenticato di onorare la sacra terra su cui vivo, allontanandomi di conseguenza dal suo potere e perdendo la mia visione di Strega. Eppure la risposta è sempre stata lì, sotto al mio naso. Ma certe volte abbiamo bisogno di andare contro ad un muro, per renderci conto di cosa stiamo facendo in modo errato.

Ecco perché non mi sentivo più una Strega potente, consapevole: più studiavo, più stupidamente mi allontanavo da Gaia.

Waldeinsamkeit e’ una parola tedesca, composta da wald-bosco ed einsamkeit-solitudine. E’ una parola che racchiude la sensazione di vagare in solitudine nella foresta, in simbiosi con la natura. Una parola che non ha una traduzione in un’altra lingua al di fuori del tedesco, ma uno stato d’animo sicuramente noto a molti di noi.

Come menzionai nei miei primissimi posts, i miei primi rituali avvennero tutti in un bosco. Un bosco meraviglioso, situato alle porte di Verona ed ai piedi delle Alpi,  dove la Natura ha fatto modo che io trovassi la mia vocazione.

La sensazione di essere una dimensione parallela, dove tutto rimane sospeso in frammenti di tempo, e’ indescrivibile. L’odore del sottobosco, lo sciabordio delle acque, il pigro ronzare di un’ape. E’ qui, dove la luce del sole filtra a malapena tra le foglie degli alberi, che gli Dei camminano tra noi.

Dove risiedo attualmente, ho la fortuna di avere un’antica foresta nei pressi di casa mia . Parkhurst Forest copre 500 ettari con querce, conifere e fitto sottobosco; una delle ultime roccaforti dello scoiattolo rosso inglese – ormai estinto nella maggior parte del paese,  soppiantato dallo scoiattolo grigio.

Questa foresta, a tratti oscura, mi ha guarita in uno dei momenti più bui della mia vita: decisi, in un giorno di pioggia, di seguire uno dei sentieri meno battuti ed inoltrarmi nei verdi meandri della selva. Ero l’unica persona nel bosco, quel giorno, e mi spogliai di tutto il dolore e spettri che mi tormentavano. Mi trovai a ballare sotto la pioggia, cantando e sentendomi libera come non mai in tutta la mia vita. 


Ed eccomi qua, dopo anni, nuovamente a ripercorrere questi sentieri dimenticati per rendere omaggio agli antichi spiriti che mi hanno accolta e risanata - chiamandomi a sé dopo tutti questi anni, mentre brancolavo nel buio in  cerca di risposte. E’ buffo come nell'esoterismo niente sia casuale, in un modo o nell’altro si arriva sempre dove dobbiamo andare.

Niente mi darà mai la stessa sensazione di tranquillità, pace e comunione come passeggiare nella natura - nemmeno salire su un aereo in cerca dell’illuminazione divina sulle rive del Gange.

Questo mi sento di dirvi, alla luce delle mie riflessioni da quarantena: studiate, viaggiate, imparate piu che potete, allargate i vostri orizzonti. Ma non dimenticate mai di rapportarvi con la vostra terra, non occorre andare sulla cima d'una montagna. Anche il parco cittadino del vostro paese pullula di microcosmi e spiriti, basta solo connettervisi. Se vi prendete cura della terra, la terra si prenderà cura di voi.

Sia nel vostro piccolo, che nel grande schema delle cose.

L’essere disconnessi, crederci degli dei in terra e calpestare e maltrattare i nostri ecosistemi ci hanno portato alla situazione odierna: il disboscamento, l’allevamento intensivo, un’industria sfrenata sono le cause del climate change, del covid e della sofferenza che stiamo vivendo come pianeta ed umanità. Il tutto si ricongiunge all’essere distanti da Gaia, ricominciamo dalle piccole cose per costruire un mondo all’altezza dei diritti di tutti.



♃Ludna
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lunedì 2 dicembre 2019

Edimburgo - Una città spettrale

Quando pensiamo ad una storia da brivido, viene spontaneo pensare subito ad un cielo plumbeo, mura di pietra annerite dal corso dei secoli ed una brughiera selvaggia. Si direbbe che le storie di fantasmi e la Scozia vadano di pari passo, non a caso è uno dei luoghi più infestati d’Europa: sicuramente merito della natura impervia delle Highlands, del clima rigido e degli scenari drammatici, ma nelle leggende popolari e folklore vi è spesso un fondo di verità.

In modo particolare, oggi tratteremo di uno degli aspetti della sua tenebrosa capitale: Edimburgo. Visitata ogni anno da migliaia di turisti, è famosa per la sua meravigliosa architettura medievale che la rende una vera e propria gemma incastonata nel tempo, sorvegliata dall'alto da Castlerock; ma anche per la sua storia avvincente piena di colpi di stato, guerre, tradimenti ed omicidi.  

La morfologia stessa del territorio ne ha definito l’origine: forgiata dal fuoco di una terra vulcanica e dal ghiaccio primordiale, la città nasce dove gli elementi si incontrano - donandone il caratteristico terreno collinare, rendendola una perfetta roccaforte naturale.
Contestata tra Celti e Romani, clan scozzesi e dagli Inglesi poi, Edimburgo venne racchiusa da solide mura, dandone l’aspetto fortificato: mentre la popolazione cresceva, lo spazio diminuiva; e, non potendo uscire dalla fortezza, gli edifici cominciarono ad erigersi verticalmente. Questa spasmodica ricerca di spazio, presto trasformò il paesaggio cittadino in un fitto labirinto di stradine strette e buie, compresse tra pericolanti edifici che raggiungevano l’altezza di quattordici piani.

Una volta finita la diatriba con gli Inglesi, i cittadini di Edimburgo decisero finalmente di espandere l’edilizia al di fuori dalla cinta muraria: le famiglie più abbienti, stufe dei borghi claustrofobici, cominciarono a costruire le loro nuove dimore in quella che oggi si chiama “Città Nuova”: l’esatto opposto del centro storico, di nome e di fatto. Case ariose con grandi vetrate, strade larghe costeggiate da viali alberati. Tutto puntava ad essere luminoso, spazioso ed ordinato - lasciando cosi decadere la parte vecchia della città, abitata dalle famiglie più povere.

Ponti vennero costruiti, per poter collegare una parte all'altra di Edimburgo senza dover passare per il labirinto di stradine contorte. Il ponte Sud, in modo particolare, era una meraviglia architettonica per l’epoca: edifici commerciali, torreggianti sul paesaggio cittadino, vennero costruiti sopra la struttura di arcate di pietra.




Come abbiamo già visto sopra, Edimburgo era una città densamente popolata ma con scarsità di terreno edificabile per cui il nuovo ponte divenne una ghiotta occasione per ottimizzare gli spazi; altri edifici vennero costruiti a ridosso della struttura - oscurandone così le arcate e chiudendolo completamente da entrambi i lati. Le quali presto vennero adibite a magazzini ed esercizi commerciali; fino al loro completo decadimento a causa delle continue infiltrazioni… Ed è a quel punto che, nel silenzio e nell'oscurità, quest’area nascosta della città prese una connotazione completamente diversa.  

Al riparo dalla luce del sole, le camere sotterranee si popolarono di nuovo: migranti irlandesi e gente delle campagne trovarono rifugio in questo labirinto sotterraneo; alla ricerca di una vita migliore ed alla mercé di strozzini senza scrupoli che affittavano minuscole cuccette ad intere famiglie - senza luce e senza acqua corrente. 

Non solo i poveretti ed i disperati giovarono di un riparo clandestino lontano da occhi indiscreti: taverne abusive, merce di contrabbando, mercenari ed addirittura ladri di salme approfittarono del favore delle tenebre. Furti, stupri ed omicidi erano all'ordine del giorno per gli sventurati che risiedevano nei vaults.

Purtroppo non vi sono molte testimonianze concrete, eccetto i pochi oggetti trovati qua e là dentro le varie camere: essendo attività illegali, chiaramente molte tracce furono perse.
Ma alcuni reperti sono rimasti, echi di memorie perdute: giocattoli rotti, ferri di cavallo, bottoni, cocci di boccali e bottiglie… 

Altre testimonianze, invece, si possono trovare nei piani sottili; presenze che ancora infestano questo labirinto oscuro e che possono essere percepite dai visitatori più attenti.

Questo dedalo di stanze e corridoi risulta essere uno dei posti più infestati del mondo - grazie alla sua storia di violenza, morte e sofferenza.
Chiuso al pubblico generale per questioni di sicurezza e preservazione, può essere visitato in uno dei numerosi tours prenotabili in loco. Più di qualche sventurato turista ha dovuto fare i conti con questi incontri spettrali, dalla percezione di sussurri e presenze a vere e proprie apparizioni.

Mr Boots

Una delle presenze più note nei vaults, è uno spirito irrequieto caratterizzato da un’energia molto negativa. Si sospetta abbia assassinato una donna e nascosto il cadavere dentro la sua abitazione in uno dei vaults, ora aggredisce gli ignari passanti che si trovano disgraziatamente nei pressi del luogo del delitto. Il soprannome deriva dal caratteristico rumore di passi pesanti, che accompagnano le sue apparizioni. Chi ha avuto la sfortuna di vederlo, lo descrive come un uomo alto, sciatto ed indossante un paio di alti stivali neri.

The Aristocrat

Spesso avvistato in abiti distinti e tuba nei pressi di una vecchia taverna clandestina, osserva i passanti ghignando appoggiato alla parete. Si suppone fosse uno dei clienti; nonostante la fama di posto pericoloso, quest’area era spesso frequentata da artisti e persone abbienti in cerca di ispirazione o avventure. E’ una presenza abbastanza sinistra, ma non è noto per interagire con i visitatori in maniera ostile.

The Cobbler

Lo spirito di un commerciante che lavorava nei vaults probabilmente come scarpolino; a differenza dei primi due spiriti, si tratta di una presenza positiva. Viene normalmente avvistato con un grembiule da lavoro, mentre sorride ai visitatori. 

The Child

Un’altra presenza positiva è quella di un bambino, di cui purtroppo non si conosce il nome (come molte delle anime che ahimè sono passate da questo posto sinistro). Descritto come un bambino biondo di circa 6 anni ed indossante un’elegante tuta blu, è famoso per prendere per mano i visitatori e tirare loro i vestiti.

Queste sono le presenze più note e riportate da numerosi turisti, ma siamo sicuri che ve ne siano molte altre ancora vaganti in questo dedalo oscuro dimenticato dal tempo. Probabilmente in attesa di essere trovati ed ascoltati.


♃Ludna
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sabato 15 giugno 2019

Aquae Sulis - Il cuore celtico della Britannia Romana



Nel Sud dell’Inghilterra possiamo trovare un vero e proprio gioiello storico ed architettonico, incastonato nella verde campagna inglese: la cittadina di Bath. Precisamente, ci troviamo nel Somerset - una regione che, come abbiamo già visto parlando di Glastonbury, spicca per il numero di siti di interesse esoterico sul suo territorio.

Il nome di Bath deriva da “bagno”, infatti questo luogo era un importante stabilimento termale durante l’occupazione romana. Ma sarebbe riduttivo classificarlo solo come tale, in quanto era anche un luogo di culto per i Celti in primis e per i Romani successivamente.

Le sacre acque, considerate miracolose, originano dal sottosuolo: le piogge millenarie, riversate nei secoli sulle Mendip Hills, penetrarono negli strati calcarei del terreno dove, in profondità, raggiunsero una temperatura di circa 96°C. La pressione dell’acqua, surriscaldatasi, riportò il corso d’acqua sotterraneo in superficie, originandone la famosa sorgente: una piscina naturale, dal colore smeraldo e dalle smerigliature cremisi del ferro, avvolta nei fumi di vapore innalzati nella gelida aria invernale... Non vi sono dubbi del perché le genti di allora considerassero tale meraviglia opera degli Dei.

Studi dimostrano che la fonte è in uso da almeno 10,000 anni, ma le prime testimonianze concrete le abbiamo con l’arrivo dei Celti in Britannia nel 700 AC, i quali ne circoscrissero il perimetro con delle strutture in legno a scopo rituale.
Credevano che questo luogo magico, con le sue proprietà guaritrici, fosse l’opera della Dea Sul - una dea celtica patrona della medicina, guarigione e fertilità. Sul fondo della sorgente furono trovate monete, comprovando la teoria che la popolazione usasse lo specchio d’acqua come canale di comunicazione con il divino, lasciandovi offerte nella speranza di ottenerne il favore.

LA DEA SULIS-MINERVA


Sul o Sulis era una divinità venerata nelle zone limitrofe di questa fonte magica. A differenza del diffuso concetto odierno neo-pagano di divinità femminile lunare, è una dea solare. 

L’etimologia del suo nome non è del tutto chiara, la teoria più accreditata è che la parola provenga dal Proto-Celtico sūli: uno dei tanti suffissi per la parola “sole”, di derivazione Indo-Europea (vedasi ηέλιος “elios” in Greco, “sūryah” in Sanscrito, “suhlio” in Proto-Indo-Europeo). Da questa radice, deriverebbero anche la parola “súil” (occhio) in Irlandese Arcaico e “licat”, significante sia “occhio” che “sorgente” in Gallese Arcaico. 


Come menzionato sopra, è principalmente associata alla guarigione ed alla fertilità ma anche alla veggenza; come tante altre dee ha una natura ambivalente. Sulis veniva spesse volte invocata per proteggere chi subiva dei torti e maledirne i perpetranti, in quanto garante di giustizia. 

Nel museo delle terme romane possiamo ammirare ben 130 tavolette in peltro, su cui vi sono iscritte delle maledizioni ed invocazioni alla dea per ottenere vendette personali. Normalmente si trattava di tornaconti per piccoli furti, spesso avvenuti dentro lo stabilimento: piccole somme di denaro, capi di vestiario od oggetti personali. Queste tavolette, oltretutto, hanno un valore storico inestimabile potendo essere tra gli unici esempi scritti di lingua celtica.

I Romani, arrivati nel Somerset nel 43 DC durante la loro campagna di occupazione britannica, subito riconobbero la sacralità del luogo. Nonostante la loro frenetica sete di espansione dell’impero, erano soliti rispettare le divinità locali - sincretizzandole spesso con i loro dei (interpretatio romana).

Apprendendo presto la natura benevolente ed il forte senso di giustizia di Sulis, non fu difficile associarla a Minerva - amatissima dea patrona della ragione, saggezza e delle virtù eroiche, nonché protettrice degli artigiani. Il suo culto era diffusissimo nell’Impero, testimonianze della sua devozione furono trovate in tutte le province romane e venne spesso assimilata ad altre divinità come la celtica Brigantia o la kemetica Neith.

Sulis-Minerva, dalle miracolose qualità guaritrici, divenne popolare anche tra i soldati romani: molti reduci di guerra, afflitti da vecchie ferite ed acciacchi, si affidavano alla sua cura ed alla sua sorgente per riceverne i benefici. Durante la campagna militare, artigiani e mercanti si trasferirono per espandere i loro commerci in queste nuove province, mentre alcuni veterani decisero di cominciare una nuova vita ad Aquae Sulis - trasformando così questo tempio naturale, in un fiorente centro mercantile.

La fervente economia e la crescente popolarità del culto della dea, portarono alla decisione di rendere onore alla sacra sorgente costruendovi uno degli stabilimenti termali e luoghi di culto piu importanti delle province britanniche.

IL COMPLESSO TERMALE ED IL TEMPIO

Per trasformare una meravigliosa fonte naturale in un altrettanto stupefacente opera architettonica, ci volle l’esperta ingegneria romana. Era un progetto ambizioso: la sorgente era il regno della severa dea Sulis ed anche un ambiente fragile, essendo una locazione geotermica e quindi richiedente un’idraulica più complessa.

Legna e pietra vennero trasportate lungo le rive del fiume Avon, mentre piastrelle d’argilla vennero importate dal Wiltshire, esperti accorsero dalle province imperiali per assistere ai lavori; finiti nel 75 d.c.  Entro l’anno 100 d.C.; Bath era un vivace centro commerciale, ricreazionale e di culto - considerata una delle “città più sofisticate della Britannia Romana”.

Le terme diventarono così popolari che pellegrini visitavano regolarmente la cittadina per onorare Sulis Minerva ed approfittare delle acque termali; il flusso costante di viandanti portò ad una fervente espansione edile, trasformando ulteriormente il complesso termale.

L’originale radura boschiva, venerata dai Celti, venne racchiusa in una struttura dal volto a botte, illuminata fiocamente dal lume di candela e circondata da colonne e statue - arricchendone l’atmosfera mistica.

Il Tempio, costruito adiacente alla fonte, venne eretto in stile classico (inusuale, nella Britannia Romana): dentro vi era custodita la statua della dea, illuminata dal fuoco sacro. Il complesso si ergeva su un podio elevato di due metri dall'area pavimentata a mosaico; a circondare il tutto, vi era un ambulacro colonnato in stile corinzio.

Con l’avanzare del cristianesimo in Europa, questo imponente luogo di raccoglimento cadde in disuso - fino all’eventuale collasso dell’edificio.
Fortunatamente, oltre alla pianta della struttura, vennero trovati reperti archeologici inestimabili: testimoni silenziosi di un’epoca lontana, ormai dimenticata. 

LA STATUA DELLA DEA


La testa di bronzo di Sulis Minerva è uno dei reperti più famosi della Britannia Romana: il suo ritrovamento, nel 1727, fece intuire che Bath non era un sito archeologico come un altro. 

Probabilmente era parte della statua che risiedeva dentro il Tempio, torreggiando sopra l’altare sacrificale. Considerando le dimensioni della testa, possiamo solo immaginare l’autorità che potesse ispirare Sulis Minerva, illuminata solamente dalle fiamme serpeggianti del braciere sacro. 
Piccoli buchi tra i capelli rivelano che vi era probabilmente un elmo corinzio fissato sulla testa, purtroppo andato perduto nelle nebbie del tempo.


LA TESTA DI GORGONE

Come abbiamo detto, il tempio presentava numerose caratteristiche inusuali per l'architettura romana in Britannia: fra queste, di spicco era l'elaborato frontone con al centro una testa di Gorgone, sostenuta da due creature alate in un clipeo.  Supportato da quattro, larghe colonne alte 15 metri, doveva trattarsi di una visione molto potente per chi si avvicinava al tempio. 



Il frontone sfoggia diversi simboli carichi di significato: negli angoli vi sono dei tritoni, creature mezze pesce e mezzi uomini servi del dio Nettuno. In basso a sinistra vi è un elmo a forma di delfino, mentre nell’angolo destro abbiamo un gufo (simbolo di Minerva).

Varie sono le controversie sorte per determinare l'identità della Gorgone: infatti, nonostante abbia ali sopra gli orecchi e serpenti intrecciati nella barba, il volto raffigurato è maschile, mentre la tradizione vuole che la Gorgone fosse una creatura femminile, uccisa dall'eroe Perseo con l’aiuto di Atena (la controparte greca di Minerva). Una volta abbattuta, Perseo donò la testa alla dea, la quale la espose sulla sua corazza - quale migliore simbologia, per un tempio dedicato alla romana Minerva? 

Un'altra teoria suggerisce che la Gorgone sia invece una rappresentazione del dio Oceano,
il titano padrone delle acque. Il culto di Oceano era molto diffuso nella Britannia Romana: i legionari dovevano ovviamente attraversare la Manica, per sbarcare nell’attuale Regno Unito, per cui era nel loro interesse aggraziarsi il dio. L’imperatore Severo fece coniare addirittura delle monete con la testa di Oceano su un lato, la testa di Nettuno sull’altro; mentre sui ponti talvolta vi erano degli altari sacrificali dedicati a queste due divinità - per pagare pegno, in cambio della loro protezione nei pressi dei corsi d’acqua.
Una delle simbologie legate al titano erano infatti i delfini, uno dei simboli ritrovati anche sul frontone.

Un’altra teoria associa invece questa misteriosa figura ad una divinità celtica solare, Belenos: per quanto possa sembrare improbabile che dei romani abbiano finanziato un’opera simile, l’autore del frontone era un gallo ed avrebbe potuto “mascherare” la gorgone creando invece un tributo alla sua divinità patrona.

Probabilmente non sapremo mai la verità dietro a questa figura enigmatica, possiamo solo limitarci ad immergerci nell’atmosfera sacra di Aquae Sulis meravigliandoci di fronte a questo capolavoro architettonico, riverbero di frammenti di spazio e di tempo persi nei secoli.



♃Ludna
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mercoledì 18 aprile 2018

Il Cimitero di Highgate: Miti, Magia e Leggende - Parte II

FENOMENI PARANORMALI NEL CIMITERO DI HIGHGATE

Come tutti i luoghi di potere sulla terra, anche il cimitero di Highgate è stato costruito su una Ley Line, una di queste linee energetiche infatti passa esattamente dal centro del cimitero, dividendolo a metà, congiungendosi ad un'area nota per essere stata nell'antichità un accampamento Romano.
Nel quattordicesimo secolo Swains Lane esisteva già, ed era una strada utilizzata principalmente per condurre il bestiame al mercato di Smithsfields, principalmente maiali (da cui deriva il nome stesso della strada). Con il tempo divenne l'epicentro di un focolaio di colera, di conseguenza la gente preferì evitare questa zona a meno che non fosse assolutamente necessario passarci; divenne quindi presto un vicolo malfamato, popolato da briganti e tagliagole. La cattiva fama di questa strada si protrasse fino all'epoca moderna.
Swains Lane
Nel periodo di tempo tra il 1960 ed il 1975 il cimitero si trovava in uno stato di totale abbandono, il vandalismo era all'ordine del giorno e i cosiddetti "graverobbers" devastarono molte tombe antiche con il solo intento di rubare oggetti e metalli preziosi contenuti nelle bare, scaricando i corpi contenuti in esse all'aria aperta.

Tutto ciò contribuì ad aumentare a dismisura l'aura di mistero che aleggiava sul quartiere di Highgate, ci furono numerosissime segnalazioni di strani accadimenti riguardo questo luogo nei pressi del cimitero: molte persone sostennero di aver visto figure eteree fluttuare sopra le tombe,  altre riferirono di essersi imbattute in cadaveri deambulanti, tuttavia il fenomeno paranormale registrato più frequentemente fu quello del "l'uomo in nero".

Sono parecchie le interviste rilasciate alla stampa dagli abitanti del luogo che, una volta addentratisi nel cimitero nei pressi di Swains Lane, si sono poi imbattuti in questa figura maschile, molto alta ed oscura, che li osservava da lontano con occhi luminosi, per poi sparire nel nulla. 
Uno dei testimoni rilasciò questa dichiarazione:

"Quando la luce cominciò a diminuire, decise di andarsene, ma in qualche modo si perse nel cimitero. Non essendo una persona superstiziosa o addirittura una persona che crede nei fantasmi, camminava tranquillamente in cerca del cancello quando improvvisamente si accorse della presenza di qualcosa dietro di lui. Girandosi, a meno di un metro di distanza, vide uno spettro alto e scuro che si librava appena sopra il terreno. Si trovò paralizzato, completamente incapace di muoversi; prosciugato dall'energia da qualche potente "forza ipnotica" che in pochi secondi lo rese inconsapevole di qualsiasi senso del tempo o di essere in grado di riconoscere ciò che lo circondava. Tanto grande era l'intensità di questa forza, che rimase così per diversi minuti (o quello che sembrarono diversi minuti) prima che lo spettro scomparisse bruscamente e quindi lentamente riacquistò le sue normali facoltà."

Talmente numerose furono le segnalazioni riguardo questa entità che un gruppo di persone, membri del The British Psychic and Occult Society, decise di indagare.

Scoprirono che ben due Ley Lines attraversano la parte Ovest del cimitero e lì vi si incrociano.
Resti di un Rituale al Cimitero di Highgate
Secondo la teoria, quando due linee di energia si incrociano su di un luogo di sepoltura possono influenzare le energie residue dei morti; questo spiegherebbe gli avvistamenti nei luoghi attigui al cimitero.
Oltretutto, una delle Ley Lines pare coincida con un corso d'acqua sotterraneo, il che fungerebbe da catalizzatore energetico e favorirebbe il manifestarsi di queste entità.

Proprio per questi motivi, oltre anche al fatto che entrare di notte ad Highgate era relativamente semplice all'epoca, il cimitero fu scelto come luogo di cerimonia da alcuni praticanti di riti necromantici, che si stanziarono lì per molti anni, addirittura continuarono a frequentare il cimitero anche dopo che gli "Amici del Cimitero di Highgate" iniziarono i lavori di bonifica e ristrutturazione. Si crede che l'aumento di manifestazioni paranormali sia legato anche alla pratica di questo tipo di rituali.

UNA STREGA NEL QUARTIERE DI HIGHGATE

Nel quindicesimo secolo, nel quartiere di Highgate risiedeva Margery Jourdemayne, detta anche "La Strega di Ey", Era una donna saggia e grande conoscitrice delle arti magiche, era famosa in tutto il quartiere per la sue straordinari doti divinatorie e per la sua abile capacità di confezionare filtri d'amore e pozioni per la fertilità. I suoi servigi erano molto richiesti, soprattutto ai livelli della alta borghesia e perfino del clero, ma queste conoscenze elitarie furono la causa della sua stessa rovina.

Eleanor Cobham, figlia di  Sir Reginald Cobham,  negli anni '20 del 1400 divenne la domestica di Jacqueline, Contessa di Hainault, la quale trovò rifugio in Inghilterra dopo aver ripudiato il marito, il duca di Brabant.
Enrico V, il Re d'Inghilterra, morì nel 1422, lasciando al giovane Enrico VI il compito di succedergli. Il fratello minore di Enrico V, John, duca di Bedford, governava in Francia mentre l'altro fratello, Humphrey, duca di Gloucester, fu nominato protettore dell'Inghilterra durante la reggenza del piccolo Enrico VI.
Jacqueline era una donna molto potente, aveva ereditato la terra di Hainault dal marito rifiutato e aveva possedimenti in Olanda; questo attirò le attenzioni di Humphrey, che decise di sposarla nel 1423.
La coppia si trasferì a Calais insieme alla servitù, ma ben presto il marito, preoccupato per i suoi possedimenti inglesi, decise fare ritorno in Inghilterra, lasciando la moglie in Francia e tornando insieme alla domestica, Eleanor.
Eleanor, che era molto bella ed ambiziosa, non perse l'occasione e sedusse Humphrey, divenendo la sua amante e, in seguito, sua moglie, nel 1428.
Nel 1436, Humphrey innalzò il titolo nobiliare di Eleanor rendendola duchessa di Gloucester. Nel frattempo il fratello John morì, di conseguenza Humphrey divenne il prossimo nella linea di successione per divenire Re d'Inghilterra, dato che Enrico VI era ancora molto giovane e senza figli; in questa maniera anche Eleanor era ad un passo dal divenire Regina.
Nonostante la ferma opposizione dell'intero consiglio nel far divenire Humphrey Re, l'ambizione di Eleanor crebbe.


The Conjuration from Henry VI, John Opie, (1792)

Nelle corti medievali, i nobili erano soliti affidarsi ad esperti maghi ed astrologi, che consultavano per farsi predire il futuro, ed Eleanor non fu da meno.
Nonostante non fosse più in giovane età e avesse già due figli illegittimi dall'attuale marito, ella desiderava averne un altro, legittimo, per rafforzare la propria posizione. Si rivolse quindi proprio a Margery Jourdemayne  per una pozione di fertilità; si dice che le due si conoscessero già, poiché Eleanor avrebbe chiesto i servigi della Strega di Ey anche per ottenere l'amore di Humphrey.
Inoltre, per avere qualche indizio sulla sua scalata verso il trono, chiese a due famosi astrologi locali, Roger Bolingbroke e Thomas Southwell, di fare una previsione sul futuro del Re. Questi le predissero che il Re avrebbe sofferto di una malattia cronica per tutta la vita. 

Questa notizia giunse fino alle orecchie del Re stesso che, turbato, chiese ai suoi astrologi di confutare questa previsione, cosa che essi fecero prontamente. In questo modo, la precedente previsione appariva non tanto come un modo per interpretare il futuro, ma come una sorta di maledizione scagliata sul Re.
Boilingbroke e Southwell vennero quindi accusati di eresia e pratica della necromanzia e condannati a morte, durante l'interrogatorio fecero il nome di Eleanor, in questo modo anch'ella venne arrestata con le stesse accuse. Eleanor, durante il processo, ammise solamente di aver accettato una pozione di fertilità da Margery, che quindi venne prontamente arrestata ed accusata di stregoneria. Nell'abitazione di Margery furono trovati dei feticci in cera, parzialmente bruciati nel fuoco del camino, che teoricamente sarebbero serviti come rituale per far concepire un figlio ad Eleanor, ma vennero invece considerate ulteriori prove di un attacco mirato al Re.
Il fatto che la duchessa stessa ammise di aver fatto ricorso alle "arti oscure" fu un caso più unico che raro e contribuì a decretarne la caduta.
Margery, condannata a morte dall'Arcivescovo di Canterbury, venne bruciata sul rogo nella piazza del mercato di Smithfields (sì, proprio lo stesso luogo che si raggiungeva attraverso Swains Lane), Southwell fu imprigionato nella Torre di Londra e, per sfuggire al suo terribile destino di sofferenza, prese del veleno e morì in cella, mentre Bolingbroke fu impiccato e squartato.


‘The Penance of Eleanor’ by Edwin Austin Abbey (1900)

Eleanor fu più fortunata, nonostante l'opposizione del marito fu costretta a divorziare da lui, i due non si sarebbero mai più visti, e lei fu condannata al "carcere a vita", condizione che però, grazie al marito che provò a proteggerla, non subì mai e venne invece reclusa in una corte. Tre giorni dopo la condanna, le fu ordinato di fare pubblica ammenda per i suoi peccati: fu costretta per tre volte a camminare per le strade di Londra trasportando un cero, che avrebbe poi acceso nelle cattedrali principali della città. Fu quindi trasferita prima a Cheshire, poi al castello di Kenilworth, poi sull'Isola di Man e infine in Galles, dove morì nel 1452.


"There was a Beldame called the wytch of Ey,
Old mother Madge her neyghbours did hir name
Which wrought wonders in countryes by heresaye
Both feendes and fayries her charmyng would obay
And dead corpsis from grave she could uprere
Suche an inchauntresse, as that tyme had no peere."


(Clicca qui per leggere la prima parte) 
(Clicca qui per leggere la terza parte) *coming soon*


♄Unornya
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Fonti: